“Sceglierò la mia morte quando mi accingerò ad abbandonare la vita”: Seneca e il fine vita

“Sceglierò la mia morte quando mi accingerò ad abbandonare la vita”: Seneca e il fine vita

10 Ottobre 2019 0 Di il Cosmo

di Elisabetta Testa –

“Proprio come sceglierò la mia nave quando mi accingerò ad un viaggio o la mia casa quando intenderò prendere una residenza, così sceglierò la mia morte quando mi accingerò ad abbandonare la vita”. 

Lo scriveva Seneca (4 a.C. – 65). Siamo davvero noi i padroni della nostra esistenza? Verrebbe da chiederselo, se esultiamo per un traguardo, che doveva essere la normalità già da tempo.

Mi riferisco al Fine vita e alle decisioni prese il 25 settembre dalla Corte Costituzionale. 

“Non è punibile chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”.

Seneca

Eppure l’Italia sembra ancora apparentemente divisa: i credenti sono contrari, perché – argomentano – la vita non è nelle nostre mani, ma in quelle di Dio. Perché la malattia è una sfida alla quale Dio ci mette davanti, pertanto non possiamo tirarci indietro. Le parole di Seneca sono chiare, anche se può sembrare azzardato trasportarle ai dibattiti degli ultimi giorni: l’uomo ha diritto a scegliere la propria morte, così come ha diritto di scelta su tutto ciò che lo riguarda direttamente. L’uomo può scegliere in che casa abitare, così come che nave acquistare. Perché l’uomo ha una casa, come una nave, ma soprattutto ha una vita. Possiamo decidere di abbattere una casa, di fare affondare una nave, perché sono “cose nostre”. 

Non si tratta di mettere in discussione la cultura e il valore della vita: quella di Dj Fabo non poteva e non doveva essere chiamata ancora vita. Non è vita quella che vede persone costrette immobili in un letto, con piaghe, tra atroci sofferenze, che la malattia ha ormai reso incapaci di parlare. E allora, di che cultura di vita si sta parlando in questi casi?

L’uomo è faber fortunae suae, come ci insegnano i Romani e, dalle ultime ricerche, sembra che la maggior parte degli italiani la pensi più o meno così. Secondo una ricerca condotta da Swg, il 93% degli italiani vorrebbe una legge sull’eutanasia. 

Quello su cui dobbiamo concentrarci, forse, prima di qualsiasi altro dibattito, è la definizione del concetto di “vita”. Come ci insegnano i filosofi, dovremmo cercare di smontare il grosso problema in piccole parti, così da poterle analizzare e risolvere singolarmente, partendo dall’inizio. 

Ora: l’inizio in questo mare magnum che si chiama fine vita è la definizione (possibilmente laica e neutra) del concetto di vita. Pertanto, politici, istituzioni e cittadini dovrebbero essere in grado di garantire una definizione di vita super partes e slegata da ogni possibile opinione: una definizione, quindi, non schierata né a favore né contro il fine vita. Può essere definita ancora vita quella di persone come Dj Fabo? O vita è forse quella di tutti i giorni, che ci permette di alzarci dal letto, di badare a noi stessi autonomamente, senza l’aiuto di macchinari medici e personale ospedaliero?

A voi l’ardua sentenza.