I diritti umani da non dimenticare

di Michela Trada –

C’è il sospetto che si tratti di un omicidio mirato dell’Isis, che la considerava una persona miscredente.

Hevrin Khalaf è stata assassinata.
Aveva 35 anni, era segretario generale del Partito Futuro siriano e, soprattutto, una delle più note attiviste per i diritti delle donne nella regione.
È stata fermata mentre viaggiava su un fuoristrada, che viaggiava in una delle autostrade del nord della Siria, da un gruppo di uomini armati. 

Il video della sua uccisione è circolato su Twitter ed è chiaro che si tratti di un’esecuzione; le nove persone a bordo del fuoristrada, tra cui la Khalaf, sono state fatte scendere e massacrate a colpi di mitra. Non si conoscono ancora i killer.

È sempre più messo ai margini il termine “femminismo”, come se fosse quasi una colpa seguire una filosofia che, come da descrizione etimologica, indica “l’atteggiamento di chi sostiene la parità politica, sociale ed economica tra i sessi, ritenendo che le donne siano, in varie misure, discriminate rispetto agli uomini”. 

Eppure l’omicidio della donna siriana oggi ci ricorda che non c’è nulla di più giusto che continuare a battersi per le fasce sociali in qualche modo soggette a inferiorità imposta ed è ipocrita negare che sono ancora troppe le parti del mondo in cui le donne rientrano tra queste fragili fasce. 

Prova del nove è il fatto che se non fa più notizia un bambino che in Africa muore di fame perché, ahinoi, l’abbiamo dato quasi per scontato, al limite di un’assurda accettazione, continuiamo giustamente a soffrire per la morte di una donna che si batte per i diritti femminili: perché in ognuno di noi c’è la certezza che, no, il femminismo non è un inutile estremismo, ma una necessità di fronte a un mondo che sembra avere un binario sul quale viaggiano treni di innovazione e futuro e un altro sul quale si muovono vagoni lenti, arrugginiti e vecchi.

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