Sei mamma? Perdi il lavoro. La beffa involuta tutta italiana

di Valeria Arciuolo –

Quanto è difficile, ai giorni nostri, conciliare l’essere mamme con il lavoro? Al di là dei servizi statali, a volte carenti o poco funzionanti, anche i datori di lavoro non aiutano. In un mondo in cui l’evoluzione è costante, come quello del lavoro. 

L’ispettorato nazionale del lavoro stima che nel 2016 sono state 29.879 le donne licenziate dopo la gravidanza. Tra questo, solo 5.261 hanno cambiato azienda dopo la maternità. Tutte le altre hanno spiegato che le difficoltà di assistere i bambino (costi elevati e mancanza di nidi) o di conciliare lavoro e famiglia le hanno spinte ad abbandonare il mondo del lavoro. Non può dirsi lo stesso per i papà: su 7.859 padri di famiglia che hanno lasciato il lavoro, 5.609 sono passati ad altra azienda. In pochissimi hanno deciso di rinunciare al lavoro per difficoltà familiari.

Questo argomento è tornato alla ribalta, con la denuncia di Chiara al Corriere della Sera, in seguito alle minacce ricevute in azienda dopo la sua seconda gravidanza.

Si tratta di una piccola società in cui lavora da 15 anni. Dopo avere partorito il primo figlio, tutto era andato secondo le leggi. Ma la seconda gravidanza, circa un anno fa, le ha causato problemi inaccettabili e assolutamente inaspettati. Con il cambio generazionale al vertice aziendale per cui Chiara lavora, si è premunita di avvisare di essere in dolce attesa, le è stato contestato il ritardo nella comunicazione. La donna ha tenuto a precisare che l’annuncio è stato dato nei tempi previsti dalla legge, ma il capo non ha voluto sentire ragioni, sostenendo che avrebbe dovuto avvisare nel momento in cui lei e il suo compagno avrebbero scelto di avere un secondo bambino.

In quel momento i rapporti si sono incrinati. Durante la maternità viene a sapere di essere stata sostituita da una ragazza assunta a tempo indeterminato.

Al rientro nessun dirigente ha voluto incontrarla: un altra figura le fa sapere di essere stata riposizionata. Da quel momento dovrà svolgere mansioni che non le competono e di cui non si era mai occupata prima. Fino a quando si sente dire che l’azienda non la vuole più. Ma Chiara non ci sta e continua ad andare al lavoro. Da allora l’inizio di un calvario fatto di continue vessazioni. La giovane mamma vuole salvare il suo posto di lavoro e non incentivi per andarsene.

Il fatto che, personalmente, mi sconvolge, è che non è l’unico caso in Italia. Anche nelle piccole realtà come i paesi, non per forza si tratta della città. 

Ho incontrato una mamma, si chiama Roberta, che mi ha raccontato una storia analoga a quella di Chiara. Seconda gravidanza, rientro al lavoro in fabbrica, con cambio di posizionamento e mansioni che non aveva mai applicato prima, e cambio di orario, da 6 a 8 ore. Lei non ha mollato, ma il clima anche con le colleghe era cambiato. Ha lottato, e ha mantenuto il posto. Ma le mamme che sono sole, e non aiuti, come avrebbero fatto?

Vessazioni e violazioni, infatti, tendono a verificarsi soprattutto su realtà lavorative più piccole, dove è più difficile difendersi e dove il sindacato non può arrivare. Ma come dicevamo, anche nelle grandi città, come la modernissima Milano. Il responsabile del Centro donna della camera del lavoro Elena Bettoni, ha dichiarato che la realtà è veramente vicina a quella di Chiara. Almeno il 50% dei casi di discriminazione sul lavoro che le vengono sottoposti riguardano il periodo della maternità. E anche se c’è un aumento della consapevolezza circa i propri diritti, le denunce restano frenate dalla paura.

Chi trova il coraggio fa denunce tramite social network. Diffondendo la propria testimonianza. Così si viene a conoscenza di storie di mobbing, ingiustizie, prevaricazioni e discriminazioni. Tra i problemi più diffusi emergono orari inflessibili, contratti non rinnovati, trasferimenti improbabili che spesso costringono alle dimissioni, ridimensionamento del ruolo in azienda e impossibilità di ascesa tra i vertici aziendali. Sta quindi prendendo forma una community social di madri arrabbiate, deluse dallo stato, affrante dal mondo del lavoro che hanno voglia di gridare il proprio #MeToo sul tema lavoro.

Per fortuna, però, ci sono anche avvenimenti che scaldano il cuore, nonostante dovrebbero essere la normalità. Ad aprile era uscita la notizia dove un imprenditore Veneto, Riccardo Pistollato, titolare di un azienda rivenditrice di articoli per il giardinaggio, ha assunto in pianta stabile una 28enne che, due mesi prima della scadenza del contratto a tempo determinato, gli aveva rivelato di essere incinta. Ha voluto premiare la sua onestà, ma non tutti i datori di lavoro ripagano nella stessa maniera. Molte al comunicare della gravidanza non vengono rinnovate, e altrettante volte si trovano quindi costrette a evitare di dire di essere in dolce attesa fino al rinnovo, per essere sicure di mantenere il posto. Per quanto non sia corretto si è costrette anche a questo.

Nel caso del Veneto, non solo, una volta rientrata dalla maternità la giovane si è vista anche aumentare di livello. “Spero di essere un buon esempio” – dichiara Pistollato – ma non funziona ovunque così. Se non si vede il dipendente come un semplice lavoratore fine a se stesso, è possibile ricevere qualcosa in cambio che consente di creare una vera squadra. Vale nelle piccole e medie imprese, ma, pur a settori, dovrebbe essere lo stesso anche in quelle grandi.”

Ha detto bene, dovrebbe essere. Sulle spalle di una donna grava comunque il mantenimento, non solo quello economico, di una casa, dei figli. Tante volte anche di una persona cara, che magari ha problemi, come un genitore anziano. E in tutto questo si è anche donne e mogli. E sappiamo fare tutto alla grande. Ma se avessimo una mano, almeno dal punto di vista statale e lavorativo, non sarebbe non gradito.

Esistono realtà lavorative dove non si guarda alla quantità del tempo svolto in ufficio, ma alla qualità. Puoi passarci anche due ore volendo, basta avere risultati e raggiungere gli obiettivi. In maniera che una mamma possa portare dal pediatra il figlio, portarlo a scuola in maniera tranquilla, e non passare la giornata a chiedersi cosa si è scordata. Basterebbe rinnovarsi e adattarsi ai tempi, che non sono più quelli di una volta, le esigenze sono cambiate, i ritmi. Basterebbe evolversi.

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