Sigarette più care per finanziare la nostra Sanità

di Fabiana Bianchi –

Aumentare le accise sulle sigarette per finanziare il sistema sanitario nazionale: si tratta di una di quelle proposte che periodicamente ritornano. L’idea è stata rilanciata nei giorni scorsi dalle pagine del Corriere ed è di particolare attualità: riguardo alla manovra finanziaria, infatti, si è già parlato di una “stangata” sui tabacchi. Il beneficio sarebbe doppio e non solo economico: l’aumento di prezzo, infatti, dovrebbe scoraggiare gli acquisti, tenendo la popolazione più lontano dalle sigarette.

Paradossalmente, le sigarette rappresentano tanto un guadagno quando una spesa per l’economia italiana. Se, infatti, lo Stato guadagna circa 14 miliardi di euro ogni anno tra accise e iva sui tabacchi, almeno 6,5 miliardi se ne vanno per curare le malattie legate al fumo. E questo solo per quanto riguarda le cifre: i disagi e la sofferenza delle persone non possono essere quantificati. A livello mondiale, le spese per danni da fumo ammontano circa a 422 miliardi di dollari, pari al 5,7% delle spese sanitarie globali. Annotando anche i costi indiretti, legati quindi a perdita di produttività per malattia o decessi, si tocca quota 1.436 miliardi di dollari. 

Secondo l’ultimo report dell’Istituto Superiore di Sanità, in Italia fumano 11,6 milioni di persone. Significa oltre un italiano su cinque. I fumatori sono soprattutto di sesso maschile con 7,1 milioni, mentre fra le donne sono 4,5 milioni. Le fumatrici, peraltro, sono in aumento vertiginoso: secondo l’Airc, nell’ultimo anno sono cresciute del 24%. Si stima che ogni anno nello Stivale muoiano 80mila persone per i danni da tabacco e, secondo i ricercatori, fra vent’anni rischiamo di trovarci a fronteggiare un’autentica “epidemia” di tumore al polmone. E questo tipo di cancro è solo una delle tante patologie la cui insorgenza è favorita dal fumo. 

Perché fumare “piace” ed è difficile smettere? Scientificamente parlando, gli effetti “piacevoli” della nicotina sono dovuti all’attivazione della via dopaminergica di ricompensa. La nicotina causa un aumento nel sangue di noradrenalina, adrenalina, cortisolo e altre sostanze, che hanno un effetto stimolante. La dipendenza, purtroppo, si sviluppa rapidamente e quella da nicotina rappresenta infatti la più diffusa. La fase acuta della crisi di astinenza si ha tra le ventiquattro e le quarantotto ore dopo avere fumato l’ultima sigaretta, ma alcuni sintomi si possono avvertire anche per mesi. La buona notizia è che chi trova la forza di smettere può vederne i primi benefici già nell’arco di alcune settimane.

Nell’arco degli ultimi decenni, l’Italia ha già messo in campo diverse iniziative per tentare di contrastare il tabagismo. Si va dal divieto di fumare nei locali pubblici (utile anche per contrastare il fumo passivo, che può arrivare a sua volta a essere mortale) alla scelta di messaggi e immagini volutamente scioccanti da apporre sui pacchetti di sigarette.

Ma ha un senso toccare i fumatori nel portafoglio? Pare proprio che la risposta sia positiva. A dirlo sono diverse fonti autorevoli. La Banca Mondiale, per esempio, sostiene che gli aumenti del prezzo rappresentino una delle strategie più importanti da adottare nel momento in cui uno Stato vuole controllare e ridurre il tabagismo. Una via caldeggiata anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. 

L’Italia è uno degli Stati in cui la tassazione sulle sigarette è più alta. Contribuisce al prezzo di vendita per oltre il 77%. Malgrado ciò, i prezzi non sono particolarmente alti rispetto alla media europea. Nella classifica, lo Stivale si piazza all’incirca a metà strada.

Partiamo dai punti critici di un aumento delle accise. Quali sarebbero? L’attenzione si concentra soprattutto sull’industria del tabacco. Per quanto riguarda i posti di lavoro, secondo l’Oms l’impatto non sarebbe così negativo: il personale può infatti essere riallocato. Per i produttori e coltivatori di tabacco, la situazione può essere più critica: significa perdere guadagni e anche entrate pubbliche. Un’altra critica mossa spesso a questo tipo di politica economica riguarda il fatto di andare a impattare soprattutto sulla fascia di popolazione più povera: contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, infatti, è soprattutto fra le persone con redditi più ridotti che si riscontra l’abitudine del fumo. Lo stesso meccanismo si ravvede a livello mondiale: i fumatori, nei paesi in via di sviluppo, sono molto più numerosi. Purtroppo, le stesse fasce di popolazione sono quelle che patiscono maggiormente. Per loro, infatti, il tabacco pesa maggiormente sul bilancio familiare. Non solo: in caso di malattia, hanno meno possibilità di farsi curare a dovere. Questo è vero soprattutto negli Stati in cui, contrariamente a quanto accade in Italia, non è previsto un sistema sanitario nazionale.

Un altro timore di fronte all’aumento dei prezzi è quello di dare nuova linfa al mercato di contrabbando. Effettivamente, nell’ultimo decennio è innegabile che il contrabbando delle sigarette abbia conosciuto una certa fortuna. Al tempo stesso, però, l’Oms e la Banca Mondiale hanno sottolineato come il suo andamento non sia strettamente legato all’andamento dei prezzi.

Ma l’esperienza empirica e le analisi di alcuni economisti mostrano che la “via del portafoglio” rimane una delle più efficaci per ridurre il consumo di tabacco. Secondo gli economisti Mario Lorenzo Janiri e Alfonso Langastro, che hanno analizzato diversi studi, generalmente a un aumento del prezzo del tabacco del 10% corrisponde mediamente una diminuzione dei consumi del 4%. Il dato in Italia potrebbe essere più variabile, ma è utile a farsi un’idea degli effetti. A essere influenzati dall’aumento di prezzo nella scelta di fumare potrebbero essere soprattutto i giovani, che hanno meno disponibilità economica: un costo più alto, insomma, potrebbe scoraggiarli dall’acquisto.

A sottoscrivere un appello per aumentare le accise sulle sigarette e destinare i proventi al funzionamento del sistema sanitario nazionale erano state, già due anni fa, alcune importanti realtà scientifiche e sanitarie italiane. Fra di loro l’Associazione Nazionale dei Dentisti Italiani e l’Istituto Stomatologico Italiano.

Tanto gli economisti quanto i medici, dunque, sembrano confidare nel rialzo delle accise sulle sigarette tanto per arginare il fenomeno del tabagismo quanto per sostenere il servizio sanitario nazionale. Questo potrebbe rivelarsi uno dei pochi casi in cui, dopotutto, un provvedimento piuttosto semplice si dimostra la soluzione a un problema davvero complesso e oneroso.

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