Ecco perché dobbiamo smettere di postare le foto dei nostri figli su Facebook

di Fabiana Bianchi –

“The Truman show”, 1998. Nel film, un trentenne scopre di essere il protagonista di un immenso e involontario reality show. I suoi movimenti sono stati ripresi dalle telecamere fin da quando si trovava nell’utero materno. Dieci anni dopo, con la diffusione di Facebook in Italia, sono diversi i bambini che si sono trovati protagonisti loro malgrado di un piccolo reality show personale. Uno dei primi casi a fare scalpore fu quello di una madre australiana che creò un profilo per il suo bambino ancora prima che nascesse: l’immagine del profilo era quella di un’ecografia. Altri dieci anni dopo, con un uso del social network che si è fatto sempre più ampio, sono all’ordine del giorno le immagini che ritraggono bambini in ogni momento. È sufficiente scorrere la home media di Facebook per imbattersi non solo nelle immagini di bambini sorridenti davanti a una torta di compleanno o pronti a scendere in campo con una divisa sportiva indosso, ma anche in quelle di bambini durante il cambio pannolino, bambini immersi nel bagno, addirittura bambini alle prese con i primi esperimenti sul vasino. 

Qualcuno potrebbe ribattere che ognuno con le fotografie dei suoi figli fa quello che vuole. Se non fosse che, fortunatamente, la legge non considera i bambini alla stregua di oggetti di proprietà, bensì come titolari di diritti che vanno tutelati con particolare cura, vista la loro naturale condizione di soggetti più fragili. L’articolo 10 del Codice civile italiano sancisce che «Qualora l’immagine di una persona o dei genitori, del coniuge o dei figli sia stata esposta o pubblicata fuori dei casi in cui l’esposizione o la pubblicazione è dalla legge consentita, ovvero con pregiudizio al decoro o alla reputazione della persona stessa o dei detti congiunti, l’autorità giudiziaria, su richiesta dell’interessato, può disporre che cessi l’abuso, salvo il risarcimento dei danni. La “Convenzione Onu sui diritti del fanciullo”, risalente al 1989, prevede che «nessun fanciullo sarà oggetto di interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nel suo domicilio o nella sua corrispondenza e neppure di affronti illegali al suo onore e alla sua reputazione. Il fanciullo ha diritto alla protezione della legge contro tali interferenze o tali affronti». 

Attualmente, non esiste una norma che vieti di pubblicare immagini dei minori sui social network. La giurisprudenza italiana si è però già trovata in diversi casi a pronunciarsi in merito. Nel 2017, il tribunale di Mantova, durante un caso di divorzio, ha sancito il divieto di pubblicazione delle foto dei figli su ogni social network. Nello stesso anno, a Brescia, una sentenza analoga ha preso in considerazione anche l’immagine profilo di Whatsapp.

Alcuni mesi fa, una donna è stata condannata per avere pubblicato su Facebook le foto dei figli del compagno malgrado la loro madre si fosse ripetutamente opposta. In sede di divorzio è stato quindi deciso che la pubblicazione delle fotografie dei figli minori sarebbe stata consentita esclusivamente ai genitori. Le altre persone avrebbero potuto farlo solo con il consenso di entrambi. Lo stesso tribunale ha avvertito che «l’inserimento di foto di minori sui social costituisce un comportamento potenzialmente pregiudizievole per essi, in quanto determina la diffusione delle immagini fra un numero indeterminato di persone che potrebbero essere malintenzionate e avvicinarsi ai bambini dopo averli visti più volte in foto on-line. Come emerge sempre più dai fatti di cronaca esiste poi l’ulteriore pericolo costituito dalla condotta di soggetti che prendono le foto on-line di minori e, con procedimenti di fotomontaggio, ne traggono materiale pedopornografico da far circolare nella rete. Il pregiudizio per il minore è dunque insito nella diffusione della sua immagine sui social network». 

Ancora più recentemente, il Codacons si è scagliato contro determinati contenuti e in particolare per quanto riguarda i personaggi dello spettacolo: «Sulle piattaforme web sono sempre più di sovente pubblicati contenuti che immortalano minori, finanche neonati, ritratti talvolta seminudi o in pose o situazioni ambigue ed allusive, con il risultato di trasformare gli spazi virtuali in un postribolo in cui i più piccoli potrebbero rimanere vittime dell’illecito trattamento dei propri dati personali, nonché, ancor peggio, di fattispecie di reato ben più gravi – osservano – Immagini che immortalano minori in tenera età, senza l’adozione di alcun tipo di accorgimento, ai soli fini esibizionistici o di lucro. Come rappresentato da moltissimi psicanalisti interrogati sul tema, i bambini, una volta cresciuti e alle prese con la propria rete sociale, su quelle piattaforme, si ritroveranno dotati di un fardello di contenuti digitali impropriamente pubblicati nel corso degli anni dai genitori. Senza, ovviamente, che il soggetto più importante della relazione, il bambino, abbia avuto alcuna possibilità di dire la sua».

Per quanto riguarda l’adolescenza, sembra destinata a fare storia una sentenza del tribunale di Roma: nel 2017, i giudici hanno imposto alla madre di un ragazzo di 16 anni di rimuovere tutte le immagini pubblicate che lo riguardano e di non pubblicarne altre. In caso contrario, avrebbe dovuto versare 10mila euro al figlio. La donna, infatti, durante una causa per separazione, avrebbe reso noti attraverso i social network diversi dettagli riguardanti la vita familiare che avrebbero causato imbarazzo al figlio.

All’estero, la questione è stata affrontata con maggiore anticipo. Già nel 2016, in Francia, la Gendarmerie avvertiva i genitori: «Bene, certamente, puoi essere orgogliosa od orgoglioso di essere una mamma o un papà di bellissimi bambini piccoli, ma attenzione! Ti ricordiamo che pubblicare foto dei tuoi figli su Facebook non è sicuro! È importante proteggere la privacy dei minori e la loro immagine sui social network. A volte, i bei momenti meritano di essere “solo” condivisi nella vita reale!». Se poi, una volta cresciuti, gli ex bambini francesi decidessero di denunciare i genitori per violazione della privacy, quelle fotografie potrebbero costare loro 45mila euro di multa o addirittura un anno di carcere.

Al di là della legge e delle sue incertezze, però, occorrerebbe porsi una domanda di carattere più generale: «Cui prodest?». Ossia, a chi giova la pubblicazione di determinate foto? È difficile credere che un neonato un giorno sarà felice di sapere che le fotografie di un suo cambio pannolino, con tanto di commenti sulla natura del prodotto interno lordo (no, non si inventa niente, è una storia vera), siano state date in pasto a qualcosa come centinaia di persone. È comprensibile che un genitore voglia ricordare ogni momento dell’infanzia del rampollo. Ma perché non racchiudere la stessa fotografia al sicuro fra le pagine di un album di famiglia, che tutt’al più finirà sotto gli occhi di pochi parenti ben selezionati? È inutile: una buona regolazione della privacy sui social network, per quanto sia molto importante, non sarà mai utile come lasciare quella fotografia nella memoria del telefono o di un hard disk da mostrare solo all’occorrenza.

Anche in questo caso, i bambini sono i protagonisti del dibattito ma sembra che il loro interesse sia di importanza secondaria. L’interesse di quelli che per ora sono piccoli, ma sono destinati a crescere e meritano di essere considerati persone e non decorazioni semoventi della propria vita. Quello che occorre allora chiedersi è: un domani, quando il bambino acquisirà consapevolezza, sarà piacevole per lui o lei sapere che quel momento che lo vede protagonista è stato condiviso oltre la porta di casa? Una volta risposto con onestà a questa domanda, sarà facile trarre le conclusioni del caso e regolarsi di conseguenza.

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