“Shoa Party”: quando l’ignoranza e l’odio corrono in rete per mano di ragazzini

di Valeria Arciuolo –

“Secondo gli psicologi e i criminologi, quando entrano in una chat, gli adolescenti non percepiscono più la differenza tra giusto e sbagliato. Per loro ogni cosa è senza limiti. Ma una cosa senza limiti si chiama deserto o abisso”. Così ha commentato la notizia che sto per raccontarvi Massimo Gramellini alle Parole della settimana, domenica scorsa.  Credo sia il modo migliore, in particolar modo l’ultima frase, per esprimere questo fatto.

L’inchiesta parte dalla Procura della Repubblica di Siena, che ha spalancato la porta dell’orrido e acceso una luce su un inferno di degrado umano, di cui fanno parte i nostri adolescenti, i nostri ragazzi. Il gruppo si chiama”The Shoah Party”. Potevi entrarci solo tramite invito e se ti inviano questo link. Oppure potevi passarci tramite Instagram. E venivi catapultato in un regno dove violenza, strupri, una bestemmia ogni riga, un meme, una risata, facevano da padrona: i protagonisti arrivano da tutta Italia, da Napoli a Torino.

La Shoah è soltanto una delle tante cose malate che puoi trovare qui: “Gli accendini e gli ebrei dove sono?” si domanda un ragazzino. E gli altri ridono. “Gli ebrei sono combustibile”. C’è addirittura un video dove due ragazzine, avranno si e no dodici anni, fanno sesso con un coetaneo. Il commento? “E poi dicono che i preti non devono stuprare i bambini…” Risate. Per non parlare del “Io la mia prof la stuprerei”.

I Carabinieri del comando provinciale di Siena hanno messo le mani dentro questo pozzo di marciume il giorno in cui, per fortuna, una mamma ha deciso di parlarne e di denunciare. Raccontando i fatti… ha scoperto per caso la chat sul telefono del figlio. Ne ha parlato anche con altre mamme, accorgendosi che in questo gruppo c’erano anche compagni del figlio. E’ stata liquidata, con tanto di alzata di spalle. “Figurati se mio figlio fa quelle cose”. Sono banalità. 

Ma, per fortuna, la mamma è andata avanti. Ha denunciato.

Ingegneria sociale, si chiama il modo di hackerare senza violare il sistema, fingersi un altro per ottenere informazioni, accessi a siti, dati. Negli uffici del comando provinciale i ragazzi del comandante del reparto operativo si sono dati da fare. E il loro capo, Michele Tamponi, gli ha dato carta bianca. Hanno annotato numeri. Indagato persone. Trecento utenti si stima siano entrati e usciti dalla “Shoah Party” quasi tutti ragazzini, tra loro uno studente del Politecnico di Torino, ha 19 anni. C’era un uomo di 44 anni, ma era finito dentro per caso. La scheda sim da cui chattava suo figlio era intestato a lui. Ed erano ragazzini che si scambiavano video anche di terroristi, come quelli dell’Isis che tagliano teste. Oppure le Torri Gemelle, ai bambini malati. La leucemia come oggetto di scherno: ma dove sono finiti i valori? Dov’è la vergogna?

Quando i carabinieri hanno avuto tutto chiaro sono andati dal comandante provinciale Stefano Di Pace, con faldoni di carte in mano. E lui è andato dal Procuratore Antonio Sangermano, alla procura dei minori. Ne hanno indagati 25: tutti gli altri sono entrati li dentro e, dopo aver visto, hanno abbandonato la chat. Quel che è rimasto è il peggio. Ora iniziano gli interrogatori. E sarà inutile negare i fatti.

Uno di questi 25, ha quattordici anni. Vive in una casa modesta, non può parlare, ma la mamma si- “E’ una cosa che ci ha sconvolti: puoi controllare fin che vuoi i telefoni, ma…” dice. Ecco, il fulcro: il controllo. Che non esiste, perchè la nostra generazione è troppo lontana dalla loro. Si può dire che nascano con il cellulare in mano, che se vogliono ti fanno fesso, nascondendo le peggio cose. Perchè trucchi ce ne sono a bizzeffe. Basterà a togliere il telefono? Il mio pensiero è no. Ci sono altri mille dispositivi. Andava evitato a monte. Come mai ragazzini di quell’età accedono a piattaforme come Whatsapp, Facebook, nonostante non possano? Semplice. Mentono. Io sono contraria a lasciare il cellulare in mano ai ragazzini e credo anche che in questo debba essere, oltre la famiglia, anche la scuola ad educarli. Formarli. Proprio perchè non entrino in abissi del genere. Perchè qui si parla di ignoranza, che non fa rima con povertà. Tutt’altro. Nessuno in questa storia è cattivo da averne il marchio. Nessuno è povero, o meglio, così povero, da far parlare di vicenda di degrado. Nessuno ha precedenti penali che possano far dire “sono entrati i contatto con un mondo buio fin da bambini”. A pochi chilometri dal quattordicenne vive un altro di questi. Anche lui studente. Anche lui figlio di un’agiata borghesia di provincia. Lo hanno buttato giù dal letto alla 5 del mattino i carabinieri. E il papà adesso si domanda dove ha sbagliato: “Dovevo controllare di più il telefono. Dovevo scavare meglio nelle chat. Ma io giuro “Shoah Party” non l’ho mai vista”. Il figlio era uno degli amministratori della chat “a sua insaputa”, così dice l’avvocato. Ora tutti vogliono spedire i figli dallo psicologo. Per parlarne, per capire. 

Questo non vuole essere un articolo che alimenta cattiveria. Io penso che all’odio non si debba rispondere con odio. Ma qualcosa dobbiamo fare. E capire che questi ragazzini hanno accesso a mondi oscuri, come in tutte le generazioni, ma sono più facilitati dalla tecnologia. Quindi se c’è da intervenire, a mio avviso, è da fare sull’educazione. Dobbiamo educare i genitori, a fare meno spallucce e difendere meno i figli quando sbagliano. Dobbiamo educare i ragazzi, alla tecnologia, a Internet, a cosa è giusto e sbagliato. Dobbiamo spiegare loro che se lo fanno in chat, non è meno grave di quando lo farebbero scrivendo sui muri. Devono comprendere che anche su internet si è puniti. Che non sono queste piattaforme a rendere tutto concesso. Solo così potremo sconfiggere altri “Shoah Party”.

Rispondi