Ma che ne sanno i duemila

di Fabiana Bianchi –

Pigra domenica sera in pizzeria. La stazione radio passa nell’ordine “Left outside alone” di Anastacia, “Big city life” dei Mattafix e “My hips don’t lie” di Shakira. Quanto basta per fare chiedere alla nostra tavolata, la cui età media si aggira pericolosamente intorno alla trentina, “What’s my age again?”. È ormai da qualche mese che i deejay sembrano avere messo le mani in polverose pile di cd di inizio millennio: ci fa capire che sì, quell’epoca è ormai storia, da ricordare con la doverosa nostalgia. Sono davvero trascorsi vent’anni da quando i Blink 182 correvano nudi per la città? I “ti ricordi quando…?” iniziano a fioccare mentre su Spotify, prodigio allora sconosciuto e pressoché inimmaginabile, si compone con religiosa attenzione la playlist “Once upon a time”.

Al ritorno da una dura giornata fra i banchi del liceo, durante il pranzo si vedeva Mtv proporre una Shakira in forma smagliante, destinata insieme a Christina Aguilera a dettare buona parte delle regole di moda femminile di quegli anni. Regole che avrebbero fatto impallidire pressoché tutti i nonni e diversi genitori. Archiviate le minigonne vertiginose degli anni Novanta, credevano forse di tirare un sospiro di sollievo. Si fecero invece largo quei pantaloni a vita bassissima destinati a fare aggrottare molte anziane sopracciglia. Qualche preside iniziava a valutare l’opportunità di ricorrere alle divise dei collegi inglesi. Le ossa delle anche rimanevano spesso in bella vista, anche alla fine dell’estate. I medici dovrebbero compiere ricerche per isolare il gene che ha permesso alla nostra generazione di sopravvivere con la pancia esposta negli inverni dei primi anni Duemila. Le stesse persone che, adolescenti, hanno mantenuto coraggiosamente i loro hips al gelo, ora, trentenni con l’Oki in tasca per ogni evenienza, si chiedono quale fosse il loro segreto. I pantaloni, spesso cosparsi di chiazze o strisce bianche ottenute con la candeggina, si allargavano a zampa di elefante. Vietatissimo provvedere all’orlo: l’eccesso di tessuto strisciava ignominiosamente sotto le scarpe, raccogliendo ogni sorta di schifezza dalla sede stradale e stracciandosi piano piano. Camminando in gruppo, accadeva talvolta di sentire risuonare fortissimi “Strap!”: qualcuno aveva calpestato l’orlo della persona in fila davanti a lei. Pochi anni più tardi, la candeggina avrebbe lasciato il posto al tè: i jeans avrebbero assunto strani colori giallognoli e si sarebbero ristretti. “Miss Sixty” e “Phard”, intanto, dominavano le boutique con i loro jeans attillati e le magliette piuttosto corte.

Mentre Shakira si dimenava nella danza del ventre, Avril Lavigne, presentandosi come l’alternativa, era comunque destinata a fare moda. Le epigoni della giovanissima star canadese indossavano polsini, qualche volta borchiati, cravatte sottili allacciate alla meno peggio su camicie dal taglio maschile, pantaloni larghi ed enormi scarpe da skate. “Circa”, “Dc” e altri marchi “alternativi” si imposero sul mercato di questo tipo insieme a un ritorno delle leggendarie Converse. Il punk rock dei Blink 182, degli Offspring e dei Sum 41, intanto, si ritagliava grandi spazi su Mtv (YouTube era ancora un’idea nella testa di qualche informatico) e risuonava nelle strade, tra le compagnie, grazie alle casse esterne, di solito poco più grandi di un pugno, collegate ai lettori cd portatili. I nuovi “Walkman” della Sony erano destinati ad accompagnare noi provinciali negli interminabili viaggi mattutini verso la città e le aule del liceo, quando fuori era ancora buio e la voglia di parlare era davvero poca.

Per il resto, la tecnologia offriva gli indistruttibili Nokia e piccoli, compatti cellulari a conchiglia. I coloratissimi Alcatel si facevano largo fra i più giovani grazie ai prezzi popolari. Chi poteva contare su genitori indulgenti chiamava costosissimi numeri 166 per ottenere loghi monocolore che campeggiassero sullo schermo o suonerie polifoniche di dubbio gusto (qualcuno ha detto “L’amour toujours”?). Gli altri si dovevano accontentare di creare suonerie distorte grazie al “compositore” incluso nei Nokia.

Quando, comprensibilmente, “Snake” si faceva noioso, si passava alle consolle. Con il passaggio dalla prima Play Station alla seconda, gli schizzi di sangue sullo schermo si facevano meno cubici, le movenze dei personaggi notevolmente più naturali ed era un piacere trascorrere i pomeriggi invernali con gli amici in interminabili tornei di “Tekken”, urlando vigorosamente contro l’incapace di turno che vinceva solo grazie a Eddy Gordo. L’acquisto di nuovi giochi, terribilmente costosi, andava attentamente ponderato: in soccorso dei giocatori arrivavano le “demo”, dischetti contenenti versioni di prova di una decina di videogiochi che si interrompevano sul più bello.

Per il resto, l’intrattenimento passava ancora in gran parte attraverso la carta stampata. Pubblicazioni come “Cioè” e “Top girl” sarebbero state destinate a segnare un’epoca, per ovvi motivi. Verso la metà del decennio esplodeva come fenomeno di costume “Tre metri sopra il cielo”: originariamente ambientato all’inizio degli anni Novanta, il romanzo fu rivisto in chiave millennial. Nelle edicole più fornite e nelle poche fumetterie, qualcuno andava alla scoperta dei manga.

Sui computer dai grandi schermi catodici, i modem iniziavano a collegarsi con suoni strani. La maggior parte delle famiglie poneva il “coprifuoco”: la connessione, oltre a costare in proporzione al tempo, rendeva inutilizzabile il telefono fisso, che risultava occupato. Con nickname improbabili, si frequentavano i primi forum: ancora di salvezza soprattutto per chi si interessava di argomenti allora ancora poco noti, come appunto i sopracitati manga.

Internet sul cellulare era disponibile solo con il wap, capace di erodere in pochi minuti le ricchezze costruite in generazioni. I piani a prezzo fisso erano pura utopia: si pagava quello che si consumava, divorando ricariche (all’epoca con tanto di tassa sopra) in sms. La festa grande arrivava con le “Christmas card” e le “Summer card”, che permettevano di inviare un numero ora risibile di sms gratuiti. Si narra che grandi storie d’amore siano state stroncate sul nascere a causa dell’uso di gestori telefonici diversi, che rendevano ogni telefonata un salasso in un mare di lacrime. 

Il 2008 e la crisi economica erano ancora lontani all’orizzonte e i millennial che attraversavano a grandi passi l’adolescenza nei primi anni Duemila confidavano in impieghi soddisfacenti e ben retribuiti grazie agli studi. La parola “disoccupazione” risuonava molto raramente nelle aule del liceo: un lavoro era pressoché scontato e tutt’al più era il tipo di professione a potere essere discusso. Fra i banchi sedevano figli di operai, di medici, di impiegati. Qualcuno aveva la mamma casalinga, ma rigorosamente per scelta. Certi drammi che toccano le famiglie oggi sembravano quasi inimmaginabili. 

Qualcuno avrebbe potuto avere un’impressione diversa, ma eravamo tutt’altro che estranei al mondo che ci circondava. Erano gli anni della guerra in Afghanistan, si iniziava a sentire citare sempre più spesso il terrorismo dopo che il termine era pressoché sparito da anni dai telegiornali, i movimenti no global facevano parlare di loro. Fra idealismi più o meno ciechi, più o meno disinteressati, tanti andavano alle manifestazioni di piazza e molti, a torto o a ragione, erano sinceramente convinti di potere fare la differenza. La stanca rassegnazione non era cosa per gli adolescenti di inizio millennio, perché avevano ancora ottime ragioni per coltivarsi delle speranze.

I paragoni fra epoche storiche difficilmente hanno senso. Immergersi nel passato, però, è sempre piacevole e non solo per quel brivido di nostalgia che ci fa venire voglia di creare una nuova playlist su Spotify. Ci aiuta a relativizzare tutto, a capire come il mondo sia in eterno movimento che a noi piaccia o no. E se a qualcuno vengono gli occhi un po’ lucidi ripensando al suono della connessione in corso… è sicuramente solo perché oggigiorno si passa troppo tempo davanti agli schermi. Non come una volta.

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