Donne militari: dalle Forze Armate l’esempio di perfetta integrazione di genere

di Sabrina Falanga –

Non stupisce più. E questa è la conferma di un cambio di mentalità. Uno dei pochi che possiamo annoverare tra quelli riguardanti l’identità di genere.

La presenza femminile nelle attività militari oggi è finalmente considerata “normalità”, sia per quanto riguarda l’ambiente nazionale sia nelle missioni internazionali; le donne nell’esercito sono, oggi, impegnate nelle operazioni di peace keeping e peace building tanto quanto gli uomini. Non solo. Le sacrosante differenze di genere, tra uomo e donna, hanno fatto sì che l’intervento militare in un determinato Paese fosse più completo perché l’intervento femminile porta con sé delle risorse mancanti all’uomo, ad esempio una maggiore interazione con la popolazione civile locale.

Le donne hanno potuto fare il loro ingresso nel mondo militare vent’anni fa (con una legge del 20 ottobre del 1999): l’Italia è stato l’ultimo Paese della Nato a permettere l’integrazione di genere. Oggi si contano più di 16mila arruolate, in grado di aspirare ad ogni tipo di carriera senza preclusioni di formazione, di incarichi e di impiego.

“Un passaggio epocale che ha arricchito la Difesa – ha commentato su Twitter il ministro della Difesa Lorenzo Guerini in occasione del ventennale dell’ingresso delle donne nelle forze armate -. A tutte loro l’augurio di buon lavoro e il ringraziamento per il quotidiano impegno al servizio del Paese”.

Per celebrare questa importante ricorrenza lo Stato Maggiore della Difesa ha deciso di dedicare alle donne militari il calendario 2020. Ma non ci si aspetti nessun “soldato Jane”, lo stereotipo che tante donne militari ancora soffrono: un paragone che non regge, perché una donna militare è una donna come tutte le altre, che non deve necessariamente somigliare a un uomo per svolgere bene la sua carriera. Sono donne come le altre, alcune moglie, altre anche madri e le giovanissime.

In Italia ci sono circa 1700 ufficiali donne; la presenza più corposa è nell’esercito (6,75 per cento) mentre è più bassa nell’aeronautica (3,69 per cento). Questo, però, come dicevamo, è uno dei pochi casi in cui la maggior presenza dell’uomo non è determinata da un pregiudizio o da un limite sociale bensì da una libera scelta individuale che vede ancora poche adesioni al mondo militaresco che non è l’uomo (si parla in termini generici, ovviamente) a vederlo maschile bensì la donna stessa a ritenerlo poco femminile. Perché se è vero che oggi l’uomo osserva la donna militare al suo pari, è la donna che non si ritiene “in grado” di poter fare una scelta di questo tipo.

Negli anni non si sono riscontrate differenze nei percorsi di selezione e reclutamento e quelle “discriminazioni” (se così vogliamo definirle) denunciate attraverso i racconti di chi vive quotidianamente il mondo militare sono le stesse che avvengono nell’ambiente militare maschile e che solitamente sono classificate sotto il nome di “nonnismo”.

Anche per quanto riguarda le possibilità di carriera, non sono mai stati agevolati gli uomini rispetto alle donne dall’ingresso di quest’ultime e i corsi di formazione e addestramento sono pari per entrambi.

Le donne militari, in ambito nazionale e nelle operazioni internazionali, contribuiscono alla sicurezza, sono un moltiplicatore di forza e di efficacia nella ricostruzione, nei processi di stabilizzazione e nel mantenimento della pace.

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