Dopo l’Iraq anche il Libano scende in piazza: una nuova Primavera araba?

 di Martina Cera –

Un anno fa, quando le prime proteste ad Atbara, nel nord del Sudan, mostrarono al mondo le crepe del regime trentennale di Omar al-Bashir gli analisti e gli esperti di Medio Oriente iniziarono a parlare di “una nuova Primavera araba”. Proprio come nel 2011, difatti, le manifestazioni contro il carovita, la disoccupazione alle stelle, la povertà endemica e in generale contro un sistema antidemocratico e profondamente corrotto si trasformavano nella miccia che innescava una vera e propria rivolta. Adesso, a distanza di nove mesi, dall’Egitto all’Iraq, passando per l’Algeria, una nuova generazione di manifestanti scende in piazza per chiedere il rispetto delle promesse tradite dopo il 2011. A differenza di quanto accaduto in passato, tuttavia, si nota l’assenza di movimenti di stampo islamista come la Fratellanza Musulmana o Ennahda: la protesta, nonostante in Paesi come l’Iraq sia molto influenzata dai leader religiosi, appartiene ad una piazza trasversale. In Libano, Paese noto per le insanabili fratture settarie che lo hanno caratterizzato dalla fine della guerra civile, sembra che per la prima volta nella storia recente si sia formato un movimento in grado di andare oltre le differenze religiose. 

Proprio la piazza libanese può essere assunta a simbolo di questa seconda ondata di rivolte nel mondo arabo. Con una situazione socioeconomica disastrosa, con il debito pubblico pari al 150% del Pil e una disoccupazione al 25% ma con picchi del 37% nelle fasce giovanili a far esplodere la rivolta è stata la proposta del Governo di introdurre una tassa sulle chiamate di Whatsapp e un impopolare aumento dell’IVA, da portare dall’11 al 15% entro il 2020. Il premier Saad Hariri, dimessosi ieri, è parte  integrante del complesso sistema politico-confessionale stipulato dopo gli accordi di Taif nel 1989. Un sistema che, fino ad oggi, ha concentrato nelle sue mani un quarto della ricchezza del Paese, mentre si stima che nella sola Beirut un milione e mezzo di abitanti viva con meno di 4 dollari al giorno. 

Non deve stupire che a scatenare la protesta sia stata la Whatsapp Tax. Se da un lato la tassa sulle telefonate avrebbe permesso al Governo Hariri di raggranellare appena 250 milioni di dollari dall’altro la sua introduzione avrebbe significato una spesa di 72 euro annui per i libanesi. Poco? No, per un Paese con le tariffe telefoniche più alte al mondo. La tassa su Whatsapp, inoltre, rappresenta l’ennesimo esempio di come negli ultimi anni invece di pensare ad un sistema di riforme ad ampio respiro i vari governi si siano piuttosto affidati a misure temporanee in modo da dare tregua alle esauste casse dello Stato. La stessa risposta dell’ormai ex Primo Ministro, arrivata solo qualche giorno dopo l’inizio delle manifestazioni, si è limitata ad un pacchetto di riforme che avrebbero potuto fruttare al massimo 3.4 miliardi di dollari. La replica della piazza? “Troppo poco, troppo tardi”. 

La rivolta è iniziata in sordina lo scorso 17 ottobre, quando poche centinaia di manifestanti si sono riversati nel centro di Beirut. L’effetto valanga non è stato immediato, ma nei giorni successivi la protesta ha portato in strada oltre 2 milioni e mezzo di persone non solo nella capitale, ma anche a Tripoli, Tiro, Sidone e nelle altre principali città del Paese. Uno dei simboli della protesta è il volto del Joker interpretato da Joaquin Phoenix e nelle sale proprio in questi giorni, con i manifestanti che si dipingono il viso usando il rosso, il verde e il bianco, i colori della bandiera libanese, e alternano all’inno nazionale “Bella ciao” – altra citazione, questa volta da “La Casa de Papel” che ha reso virale il canto dei partigiani. 

Ma la parola più utilizzata, oggi come nel 2011, resta una sola: “thawra”, rivoluzione.  È ancora presto per dire se questa sia o meno una “seconda Primavera araba”, quello che è certo è che le rivolte del 2019 hanno molto in comune con quelle del 2011 e molto con una presa di coscienza da parte della società civile, in grado ancora una volta di ribaltare un sistema che, come dimostra il caso del Sudan e come forse dimostreranno queste ultime proteste in Libano, fatica a tenersi in piedi. 

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