Il mondo in protesta: i manifestanti gridano NO alle disuguaglianze

di Federica Pirola  –

Il mondo si sta mobilitando: nelle piazze del Cile, Libano, Ecuador fino alla Catalogna serpeggia un malumore tangibile. In diverse parti del mondo sono scoppiate proteste, tutte nello stesso momento. Questo è molto singolare. Paesi che hanno resistito per anni a situazioni politiche opprimenti vogliono dire basta . Il problema è che non sanno in che modo esprimere questa rabbia, forse repressa per troppo tempo, e quindi decidono di scendere in piazza e far strada alla violenza. 

La rivolta sembra infatti l’unica soluzione per molti stati. Basta pensare al Cile dove il 15 ottobre dieci studenti del famoso Instituto National sono entrati nell’ufficio del rettore con bombe molotov e hanno dato fuoco all’edificio. Nello stesso liceo, è partita anche l’iniziativa di protesta contro l’aumento del biglietto della metropolitana: molti studenti della capitale saltavano i tornelli dicendo: “Non pagare, è un altro modo di lottare”. In seguito il malessere diffuso si è espresso con il fuoco, per gli estremisti, e rumore di pentole per chi manifestava in pace. 

Proteste simili sono scoppiate anche in Libano, in seguito all’aumento delle tasse e alla decisione di imporre una commissione di 20 centesimi di dollaro al giorno sull’uso di Whatsapp e altre applicazioni. Di tutta risposta, una folla eterogenea, composta soprattutto da donne, ha inondato le piazze del paese, dichiarando lo sciopero generale ( la tassa sull’app è stata poi ritirata).

Questi scontri violenti sono stati preceduti da eventi simili in Ecuador, ad Haiti, in Iraq, Egitto e altri ancora. Il fatto che si siano verificati nello stesso periodo fa pensare che ci possa essere un legame fra loro e un’origine comune. 

Il minimo comune multiplo potrebbe essere individuato innanzitutto in una generale sfiducia verso la politica. I manifestanti spesso non si sentono presi in considerazione da una classe politica per altro corrotta. Di conseguenza, se con le buone non si sono raggiunti risultati, la gente è passata alle maniere forti. 

Più nello specifico, sembrerebbe che la famosa crisi economica che ha colpito il mondo fra il 2007 e il 2008 abbia avuto conseguenze più profonde del previsto. C’è chi sostiene che ad essere in crisi sia il sistema del neoliberalismo, un modello di gestione che fa del capitale il suo centro, portando alla finanziarizzazione dell’economia e alla mercificazione della società. Un po’ come era stata la crisi degli anni 30, anche quella in seguito al fallimento della banca statunitense Lehman Brothers ha rimesso in discussione il funzionamento della macchina dello Stato. 

Uno spaventoso effetto domino ha portato alla situazione attuale, segnata dall’angoscia e dalla rabbia dei manifestanti. La Cina infatti avrebbe premuto l’acceleratore per crescere economicamente, cercando di alimentare la domanda occidentale, fondamentale per il suo sistema economico. Questa crescita si è tradotta in una sovrapproduzione industriale che ha drammaticamente peggiorato la condizione climatica. Questa strategia ha finito quindi per danneggiare proprio quei paesi emergenti che riforniscono la Cina, come il Brasile, l’Argentina, l’Ecuador e il Venezuela. I governi di questi stati non hanno più potuto contare sull’esportazione di materie prime e dunque hanno dovuto adeguare le loro politiche. 

Una pericolosa onda d’urto che ha portato disuguaglianze, crisi sociale, democratica ed ecologica. Ed è così che l’aumento del costo del biglietto in Cile e la tassa su Whatsapp in Libano non sono altro che punte di iceberg giganteschi dove si nascondono la mancanza di democrazia, la corruzione di un governo che impone sempre nuove tasse e che manipola i mezzi di informazione. E, a proposito di media, Telegram, Instagram e Twitter hanno giocato un ruolo importante in questo scenario ( e quindi anche la goccia che ha fatto traboccare il vaso libanese si spiega.). Sui social network infatti dilagano pagine di associazioni che poi portano la società civile a mobilitarsi: “tutti caricano le immagini di quello che sta succedendo, così sai dove andare” confessa la sedicenne Anna al giornalista Carles Planas Bou dell’Internazionale .

In questo caos si fa largo la necessità di trovare una risposta alternativa sia alla deriva nazionalista che a quella indipendentista, entrambe cieche e irrazionali. Per ora, manifestare nelle piazze del mondo sembra l’unico modo per far cambiare le cose, ma, alla lunga, servirà qualcosa di più concreto e governi più lungimiranti.

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