Alda Merini: il nostro omaggio alla poetessa

di Federica Pirola –

Sono nata il ventuno a primavera / ma non sapevo che nascere folle, / aprire le zolle / potesse scatenar tempesta.”. A scrivere è la poetessa di Milano, Alda Merini, che ha davvero generato un uragano con le sue parole e la sua vita. Proprio per questo, a 10 anni dalla sua scomparsa, vale la pena di rispolverare le vicende che l’ hanno vista protagonista. Chi era Alda Merini?

Innanzitutto, Alda Merini era Milano, la sua città, la sua casa, i suoi ricordi. Quella Milano degli anni 30 che è stata bombardata dagli inglesi, quella “Milano dai vorticosi pensieri/dove le mille allegrie/ muoiono piangenti sul Naviglio”. Nel decennale, la sua città le dedica il ponte sul Naviglio Grande, che lei attraversava pressocchè ogni giorno. Il legame che aveva con Milano era molto forte: la si poteva incontrare con una certa facilità, sempre con i fogli e la penna, perchè poteva avere bisogno di scrivere da un momento all’altro. 

Alda Merini infatti era poesia, diretta, intrisa di dolore e di gioia, specchio della sua vita. Bimba fuggita dalla guerra, dodicenne che ha aiutato la madre a partorire, moglie e madre di 5 figli che amava profondamente. Nella sua poesia ci sono tutti questi elementi, anche quelli più dolorosi, perchè “tutto ciò che è negativo, è sempre vita”. 

Alda Merini era anche sofferenza. È stata una madre privata delle figlie perchè ritenuta psicolabile e perciò venne rinchiusa nell’Ospedale Psichiatrico di Paolo Pini di Milano. La Merini definiva la sua sofferenza psichica come “ombre della mente” con cui però è riuscita a convivere e che, per certi versi, le sono servite per diventare la poetessa del Naviglio. Lei sapeva che la pazzia in realtà era un’altra forma di normalità e dunque aveva deciso di viverla come un percorso di dolore purificatore, un qualcosa che “ti urla dentro e non riesce a uscire […]”, spiega, “[…]  Si vorrebbe morire, però al tempo stesso si ha la speranza di vivere.”. Il dolore è stato per lei il carburante per le sue poesie, nelle quali si può trovare tutto la disperazione per aver perso i suoi figli e la felicità di averli ritrovati. 

Per questo forse, dopo aver subito elettroshock e supplizi per il suo modo essere, la poetessa rivela di non essere arrabbiata con la sorella che ha deciso di internarla: è più facile amare che perdonare. Il manicomio per lei è stato “il grande poema di amore e di morte”.

Alda Merini era amore, quello sincero. Perchè negare gli istinti? Secondo lei questa “educazione alla bugia” che c’era ( o c’è?)  in Italia doveva finire. E lei non si vergognava a dirlo

Nelle sue poesie si dice bisognosa di sentimenti, non di denaro. Alda Merini era infatti anche generosità. Nell’ultimo periodo le capitava di donare oggetti che le erano stati a loro volta regalati, così poteva diventare povera e ricominciare. Una grande altruista, che ha sentito il peso di non aver aiutato gli altri come voleva e che dunque si è messa in moto per contribuire. Era povera perchè distribuiva agli altri. 

Alda Merini è questo e sicuramente altro ancora: era le sue sigarette, i fiori che le portavano, le barzellette che amava raccontare. 

Ma sicuramente le sue parole sono più eloquenti e mostrano la vera Alda, che diceva così: “Io la vita l’ho goduta tutta, a dispetto di quello che vanno dicendo sul manico io. Io la vita l’ho goduta perchè mi piace anche l’inferno della vita e la vita è spesso inferno. Per me la vita è stata bella perchè l’ho pagata cara.” 

Grazie Alda.

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