“Come piacere ai ragazzi”, il cult intramontabile della stampa italiana

“Come piacere ai ragazzi”, il cult intramontabile della stampa italiana

7 Novembre 2019 0 Di il Cosmo

di Fabiana Bianchi –

Correva l’anno 2002 o giù di lì. Fra le pagine di giornaletti che sarebbero rimasti nella leggenda soprattutto per la rubrica della posta, una grande varietà di articoli spiegava invariabilmente «come piacere ai ragazzi». Non come andare a dormire alla sera con un velo di amor proprio ancora indosso o come tentare di prendere in mano le redini di quella cosa spaventosa chiamata futuro. No. «Come piacere ai ragazzi». Siccome la testa di chi scrive la presente è un’infinita accozzaglia di ricordi inutili ma ormai sedimentati, ecco servito un esempio: uno dei consigli era quello di «parlare sempre a bassa voce, in modo da costringerlo a chinarsi verso di te per ascoltarti». Insomma, fingersi all’ultimo stadio di tisi come l’eroina di un feuilleton ottocentesco avrebbe dovuto mettere in ginocchio ogni adolescente maschio del circondario. Non mancavano i consigli su «cosa non piace ai ragazzi». Forse che ci si lecchi le dita poco prima di immergerle nuovamente nella ciotola delle patatine? Che non ci si lavi le mani dopo avere usato il bagno o altre spiacevoli abitudini che renderebbero difficile la serena convivenza con qualunque essere umano? No, «le ragazze aggressive o troppo sicure di sé». 

Già nel 1813 la meravigliosa Jane Austen, con le sue opere, criticava un sistema che costringeva le donne a dipendere dal matrimonio. Impossibilitate a ereditare e, almeno in una certa classe sociale, a lavorare, le donne dovevano sperare che qualche uomo volgesse i suoi occhi misericordiosi verso di loro e se le prendesse in casa. Era quindi relativamente comprensibile che, in quell’epoca, molte donne venissero educate esclusivamente nell’ottica ad attirare le attenzioni maschili e a compiacerle. Era, di fatto, il loro scopo nella vita. Jane Austen, con tutto il suo fantastico garbo inglese e un’ironia sottilissima, disse la sua al proposito fra le righe dei suoi romanzi. Molto più tardi, a metà del secolo scorso, fu la filosofa Simone de Beauvoir, ne “Il secondo sesso”, a condannare un mondo che instillava nelle donne, fin da giovanissime, quelle stesse caratteristiche per cui era pronto a condannarle. Poco più di vent’anni dopo Elena Gianini Belotti, finissima osservatrice, con il suo storico “Dalla parte delle bambine” smascherò molti degli artifici con cui le donne, fin dalla più tenera età, vengono “modellate” secondo un’immagine strettamente legata al loro genere. Loredana Lipperini la seguì con “Ancora dalla parte delle bambine”, in cui analizzò il fenomeno ai tempi di internet.

L’idea che le donne vengano al mondo per vivere la loro vita e non per compiacere qualcun altro è ancora dura a morire. Quante volte si sente predicare come le donne dovrebbero abbigliarsi o truccarsi, come se dovessero essere gli altri a deciderlo per loro? O i loro corpi vengono criticati perché non rispondono ai canoni imposti? Ancora all’inizio del nostro corrente millennio, come si diceva, ci si rivolgeva alle ragazzine dicendo loro come comportarsi «per piacere ai ragazzi». C’è da dire, però, che nel corso degli ultimi vent’anni circa la sensibilità verso certe tematiche è cresciuta esponenzialmente. Qualcuno potrebbe liquidarla come “politicamente corretto” e forse talvolta potrebbe anche avere ragione. Ma in linea di massima, una maggiore attenzione a questioni come il razzismo, la parità fra i sessi e in generale il rispetto della diversità non è certo una conquista da disprezzare. Sembrava quindi lecito sperare che certe dinamiche fossero rimaste bloccate nel 2002. E invece. Sul web è ancora un tripudio di articoli del calibro di «Le cose che fanno le donne e danno fastidio agli uomini» (supponendo così, peraltro, che per il semplice fatto di condividere un pezzo di assetto genetico, tutti gli uomini e le donne del mondo siano uguali e tollerino o detestino le stesse identiche cose) o «Cosa fare per piacere agli uomini». Ed è difficile, talvolta, credere che quelle parole stiano viaggiando sul web e non siano stampate su qualche giornale conservatore di inizio Novecento.

Qualche esempio? «Non essere sfacciata». Il consiglio di per sé potrebbe anche essere universalmente valido, per uomini e donne, se si parlasse semplicemente di rimanere dentro i limiti della buona creanza. Ma no. Si raccomanda di non “intimidire” il povero maschio e di lasciargli il ruolo di “predatore”. Magari ricordandogli anche dove ha messo la sua clava o, ancora meglio, servendogliela su un cuscino ricamato a mano. Altro consiglio degno di nota: «Lasciagli fare l’uomo, che sia lui a scegliere il vino». Non è dato sapere quale sia il nesso fra il corredo genetico e un’innata propensione all’enologia. Vietato, vietatissimo anche mostrarsi troppo indipendenti, soprattutto per quanto riguarda compiti considerati tipicamente maschili come il bricolage. Meglio deporre il martello nelle sue mani sapienti e guardarlo con aria adorante, anche se Barbara Gulienetti potrebbe spicciarci casa. E a proposito di casa, nel focolare domestico non si sta con pigiama e ciabatte. Del resto lo raccomandava già Donna Letizia di correre a rinfrescarsi quando si sente girare la chiave nella toppa per presentarsi al meglio. A sua discolpa, lei lo scriveva circa novant’anni fa. A livello fisico, è d’obbligo andare in palestra, avere capelli sani e forti, una pelle da copertina senza Photoshop e il maquillage semprepresente, ma non troppo marcato. Bisogna infilarsi con nonchalance in quella complicata linea sottile che sta fra la sciatteria e l’eccesso, linea rigorosamente tracciata da qualcun altro.

Nell’arco dei prossimi dieci anni, sarà lecito sperare di ritrovare certi consigli solo nell’archivio delle pagine web decedute di vecchiaia? Possiamo augurarci che entro il 2030 spariscano questi stereotipi avvilenti per entrambi i sessi? Da un lato, le donne dipinte come creature nate per rispondere ai bisogni altrui, peraltro con la necessità impellente di qualcuno che spieghi loro come fare. Dall’altro, il triste ritratto di uomini insicuri, bisognosi di conferme tramite delle vere e proprie banalità. Signore e signori, l’essere umano è meglio di questo. Cerchiamo di ricordarcelo entro il prossimo decennio.