Doctor Sleep: ritorno nel labirinto della mente

Doctor Sleep: ritorno nel labirinto della mente

7 Novembre 2019 0 Di il Cosmo

di Elisa Torsiello –

Il passato ritorna veloce, senza freni, come un triciclo che corre lungo il corridoio di un hotel. Ti prende tra i suoi artigli e ti rigetta nel labirinto della mente, una scatola cinese in cui il bambino che sei stato incontra l’uomo che sei. E così Danny Torrence, 30 anni dopo essersi lasciato alle spalle il portone dell’Overlook Hotel, è chiamato a riesumare la sua luccicanza facendola brillare più forte che mai. 

Basato sull’omonimo romanzo di Stephen King e sequel di “Shining”, “Doctor Sleep” è un funambolo che cammina in equilibrio sul filo teso tra due colossi: il tempio iconico e cinematografico costruito da Stanley Kubrick con il film del 1980 e quello del suo padre letterario Stephen King. Un gioco di rincorse che strizza l’occhio agli ammiratori dell’autore del Maine, e allo stesso tempo lancia dettagli, immagini, personaggi lasciati impressi nell’immaginario collettivo dal regista americano. Mike Flanagan, già artefice del successo seriale di “Hill House” (disponibile su Netflix) accetta la sfida e fa da arbitro in questa partita a braccio di ferro giocata tra le aspettative degli amanti del romanzo di partenza, e i cultori del film di Kubrick.

La verità è che il regista riesce a donare forza al proprio film nel momento in cui si libera da questi appigli fatti di attese e aspettative. Prendendo le distanze da entrambi i suoi punti di riferimento, Flanagan costruisce una struttura registica altamente funzionante e in perfetta armonia con i sentimenti di angoscia e timore che intende suscitare. Le inquadrature angolate, fuori asse, le panoramiche e le carrellate, sono mattoni indistruttibili con cui costruire la fortezza di fobie inconsce in cui lasciare il proprio spettatore.

Incapace di stare ferma, la sua macchina da presa si fa portavoce di un senso di ansia perturbante, indagatore di ataviche memorie rimosse e figlio legittimo di un’altra modalità di ripresa come quella di Alfred Hitchcock. Sostenuto da una colonna sonora ridotta a battiti cardiaci, colpi sincopatici e assordanti sforzati di violini, il suo impianto registico riesce a produrre un buon sequel senza snaturare né il proprio precedente cinematografico (alquanto inarrivabile), che il romanzo da cui prende le mosse. Ben consapevole di come l’immaginario collettivo sia direttamente collegato al cult di Kubrick, e che lo stesso titolo “Shining” è un mosaico di simboli e momenti nati dal genio del cineasta perché totalmente assenti nell’opera Kinghiana (Stephen King non ha mai apprezzato il film “Shining” perché totalmente distante dalla sua creatura letteraria) Flanagan orienta il proprio epilogo verso una galleria citazionistica che si appiglia a un sentimento nostalgico che depotenzia il carico empatico della storia.

È come se nell’atto finale il regista venga assalito dalla necessità di sottolineare la natura di legittimo sequel di “Shining”, caricandolo di collegamenti ipertestuali che bloccano l’azione e dilatano tempi senza aggiungere alcunché all’intreccio, se non qualche iniziale reazione di sorpresa sul volto degli spettatori. Il tutto finisce per apparire come una versione parodistica del film kubrickiano, rovinando quanto compiuto con sapiente acume e maestria nelle due ore precedenti. Ottimo Ewan McGregor nei panni del Danny Torrence adulto.

Per anni intento ad affogare i propri fantasmi e demoni del passato sotto litri di alcol, il suo Dan decide di dar nuova vita alla luccicanza insegnando ad altri bambini come sfruttare e gestire i propri poteri. Tra questi un posto speciale sarà ricoperto da Abra Stone, bambina che possiede gli stessi poteri di Danny, ma amplificati. Abra contatta il protagonista per aiutarla nella sua caccia di oscuri personaggi guidati dalla malefica Rose Cilindro, che si nutrono della Luccicanza di bambini innocenti per raggiungere l’immortalità. Da bambino prodigio e luccicante, Danny diventa ora guida spirituale per la piccola Abra lungo un viaggio negli interstizi della mente e dello spirito non dissimile da quelle portato sullo schermo da James Mangold in “Logan”, o Luc Besson in “Léon”. 

Nemesi perfette, Abra e Rose sono le due calamite destinate ad attrarsi per poi allontanarsi dando vita a un’esplosione di pathos. Una serie di incontri e scontri tra reale e incoscio resi perfettamente sullo schermo da una coppia d’assi formata dalla mefistofelica Rebecca Ferguson e l’esordiente Kyliegh Curran.

Se nel film del 1980 la struttura tanto narrativa, quanto visiva, è un labirinto in cui è facile perdersi, in “Doctor Sleep” tutto è un vortice che assimila e mescola mondi nuovi e universi diegetici conosciuti. Il film soffre di un’eccessiva lunghezza e di un epilogo troppo citazionistico, ciononostante solo per essere riusciti a tenere testa a due mostri sacri del racconto e dalle medesime iniziali (“SK”, ossia Stephen King e Stanley Kubrick) Mike Flanagan e il suo “Doctor Sleep” valgono sicuramente il prezzo del biglietto.