I cori razzisti nel calcio? Solo in Italia…

I cori razzisti nel calcio? Solo in Italia…

7 Novembre 2019 0 Di il Cosmo

di Giorgio Simonelli –

La telenovela che racconta dei cori razzisti negli stadi italiani e dei vani tentativi di eliminarli si arricchisce di una nuova puntata. No, non è il gesto di Balotelli che scaglia il pallone contro la curva da cui provengono cori di scherno. Questo lo avevamo già visto, un bel po’ di anni fa, quando fu Boateng a fare la stessa cosa. Anche se accadde nel corso di una semplice amichevole, in uno stadio di provincia, quello della Pro Patria di Busto Arsizio, la cosa fece un certo scalpore.

Si espresse solidarietà al calciatore che aveva abbandonato il campo, ai suoi compagni che lo avevano seguito, si promisero interventi decisi e non si fece poi nulla. In questa telenovela a spuntarla è sempre stata la stessa parte, quella che in un modo o nell’altro riesce a far sì che non cambi nulla. Lo fa in vari modi, con tecniche diverse. A volte minimizzando: ma che volete! son quattro ragazzi stupidotti, con tutti i problemi seri che abbiamo: la siderurgia per esempio, come ha subito detto un noto politico. Altre volte usando lo scaricabarile: l’arbitro non può interrompere le partite, deve farlo il responsabile dell’ordine pubblico, ma il responsabile come fa a valutare visto che non è sul campo? Altre volte ancora, rinviando le decisioni, con la bella trovata di un approfondimento di indagine, che non approfondisce un bel niente, fa solo passare del tempo in modo che si dimentichi il fattaccio.

Ma da domenica scorsa c’è una novità. Per contrastare il gesto di Balotelli non si ricorre allo scaricabarile o al rinvio della decisione, c’è una nuova giustificazione proposta dal capo ultras veronese, tale Castellini, ma inizialmente addotta anche dal presidente del Verona. I cori non sarebbero, secondo questa versione, dei banali, volgari cori razzisti ma delle forme di ironia tipiche del folclore locale che prendono di mira calciatori avversari per le loro caratteristiche particolari, pubbliche e molto vistose: un modo di vestire, un taglio di capelli, un comportamento troppo divistico, un eccesso di protagonismo come nel caso di Balotelli.

Capito? Siamo noi intellettuali, un po’ snob e fissati con il problema del razzismo che non avevamo colto il vero intento di quei cori. Credevamo di trovarci di fronte dei giovanotti non troppo istruiti, un po’ volgari, inclini alla violenza almeno verbale. E invece no, il nostro era il solito pregiudizio salottiero, perché in realtà si tratta di un gruppo di raffinati umoristi, la cui tagliente satira dei costumi non risparmia nessuno e castigat ridendo mores. Insomma qualcosa più simile alla trasgressività di Charlie Hebdo che al banale insulto da stadio.

Davvero una bella novità questa lettura che getta una luce originale sul fenomeno ultras, diversa dalle solite analisi politiche allarmistiche e faziose. Un’interpretazione che rappresenta un fiore all’occhiello sia per un presidente di una società calcistica sia per un capo ultras che si rivela un semiologo e antropologo. Non a caso lo si è visto sfilare accanto all’ex ministro della famiglia: i suoi interessi culturali sono vasti e profondi. Siamo noi che cerchiamo di dipingerlo come un becero razzista. Lui ha spiegato bene il perché di quelle ironie su Balotelli, seguendo un antico schema di attribuzione delle colpe: non sono io che sono razzista, è lui che è un negro.