Il blackface, il fenomeno Usa che ora anche l’Italia condanna

Il blackface, il fenomeno Usa che ora anche l’Italia condanna

7 Novembre 2019 0 Di il Cosmo

di Valeria Arciuolo –

La polemica nasce dopo l’esibizione di Roberta Bonanno nel programma  RAI di “Tale e quale Show”, dove la concorrente ha imitato la cantante  Beyoncè. Per farlo, oltre all’esibizione canora, oltre ai vestiti e alle coreografie tipici della star, le truccatrici hanno deciso di dipingere di nero la faccia e le spalle di Roberta Bonanno.  Sui social network è partita subito la polemica relativa all’utilizzo della pratica razzista del blackface nel corso della trasmissione.

Il blackface è un fenomeno che Martin Luther King condannava. Nonostante la sua presa di posizione, era sempre più frequente nella società occidentale tingersi la faccia di nero, con lo scopo di imitare e, talvolta, di deridere. In tempi recenti persino Justin Trudeau – riconfermato presidente del Canada – è stato coinvolto in una polemica del genere, dopo essersi dipinto la faccia nel corso di una festa universitaria. Per questo motivo – che ha rischiato seriamente di compromettere la sua campagna elettorale per le recenti elezioni canadesi – Justine Trudea si è scusato. 

Ma cos’è il fenomeno del blackface? E perché è un fenomeno tipicamente americano? Il cosiddetto “blackface” consiste nel tingersi la faccia di nero per imitare gli afroamericani. Il primo caso risale alla prima metà del 1800, come parte intrigante degli spettacoli dei menestrelli. Nasce principalmente per deridere e umiliare gli atteggiamenti degli schiavi afroamericani, e non è un caso se l’immagine più ricorrente della blackface sia sorridente; l’idea che si voleva trasmettere era quello dello schiavo stupido, contento di essere al Sud nelle piantagioni di cotone. Lo stereotipo della blackface è stato velocemente replicato in tutti i comparti artistici americani, arrivando fino a Broadway o alla radio, per non parlare del cinema.

Jim Crow segnò l’inizio di una nuova sorta di commedia dell’arte, vagamente ispirata all’opera buffa europea, ma genuinamente statunitense. Il numero di Jim Crow, nato come momento musicale parte di un varietà era destinato a diventare la prima espressione di un vero e proprio universo teatrale. Fare satira su stessi era il prezzo che i neri dovevano pagare per essere accettati dai bianchi e per poter abbattere le barriere. Il teatro blackface rimase però parte integrante dell’intrattenimento. La star più brillante dello spettacolo musicale Usa di indizio secolo fu il cantante Al Jolson che spesso si esibiva con la faccia dipinta di nero. 

Il suo film del 1926 The Jazz Singer non solo è ricordato come il primo film sonoro della storia, ma narra proprio le vicende di un cantante «blackface». Jolson non era un razzista, anzi. Era un ebreo ed era convinto che neri e ebrei condividessero la stessa esperienza di discriminazione. La sua performance si inseriva in una tradizione che nasceva dallo schiavismo, ma fu una delle più rilevanti figure a schierarsi per l’emancipazione degli artisti neri, promuovendo la cultura musicale afroamericana e aprendo la strada ad artisti come Cab Calloway, Louis Armstrong o Duke Ellington. Col passare degli anni molte delle maschere dell’universo blackface sono confluite nel cinema, come la mammy di Via col vento, ma sono diventate pure la base di tanti pregiudizi razzisti ancora molto radicati. Curiosamente, l’ultimo acuto di questa scena si è avuto negli anni ’60, ma da questa parte dell’oceano con The Black and White Minstrel Show, un programma tv dell’inglese Bbc in onda, con ottimi riscontri di pubblico, fino al 1978 e che riproponeva diversi numeri musicali interpretati da attori bianchi con il volto dipinto di nero. Negli Usa gradualmente il ricordo di quel grottesco varietà razzista è stato rimosso, dimenticato o ricordato con disagio, il termine Jim Crow si usa solo per indicare l’epoca della segregazione. La storia del teatro blackface e dei Minstrel è archiviata nell’albero genealogico della cultura pop americana, ma la ferita da cui nacque rimane ancora aperta.

E’ un fenomeno che esiste da sempre, non che sia un pretesto per continuare a perpetrare una tradizione comunque razzista e dal forte retaggio colonialista. Se però oggi se ne sente parlare sempre più è, ovviamente, a causa dei social media.

Ora, se effettivamente riteniamo che l’intento di Tale e Quale Show non era certo quello di prendere in giro Beyoncè, è pur vero che vedere in uso la pratica del blackface in un programma televisivo è assolutamente inadeguato. Nonostante questo, sui social network,  c’è anche tanta gente che ha difeso la trasmissione, per il fatto che quest’ultima abbia nel proprio concept quello delle imitazioni, Ma quello che andrebbe spiegato è che, al di là dell’intento del programma, la pratica del blackface è sempre scorretta. Ci sarebbero stati altri modi per imitare Beyoncè, senza insistere sull’aspetto fisico. L’artista l’avrebbe potuta imitare nel suo timbro di voce o nel suo modo di presentarsi al grande pubblico. Invece, si è scelto di utilizzare uno schema trito e ritrito, già abbondantemente stigmatizzato.