Sonja Blanc (Sireg Geotech): “Innoviamo in un settore povero di R&S”

di Alessandro Pignatelli –

È tra le finaliste del premio GammaDonna, è sicuramente tra le imprenditrici più innovative che l’Italia abbia. Stiamo parlando di Sonja Blanc, dal 2008 da sola al comando della Sireg Geotech, sede principale ad Arcore, in Lombardia. Un’azienda che si è trasformata molto negli anni – è stata fondata nel 1936 dal nonno di Sonja – e che oggi vanta vendite di prodotti in 60 – 65 Paesi nel mondo. 

“All’epoca di mio nonno, l’azienda si occupava di degenerazione di pneumatici di gomma, oggi la produzione si è spostata negli impianti per il trattamento delle acque e in quello che è il vero core business, tubi e barre per il consolidamento del sottosuolo”. Geotecnica e Ingegneria civile d’avanguardia sono dunque i campi d’azione, con un occhio a Ricerca e Sviluppo, proprio per merito di Sonja, 

“Sono laureata in Scienze Politiche, subito dopo sono entrata nell’impresa di famiglia lavorando in Amministrazione. Mio nonno aveva la mentalità dell’epoca e dunque pensava che una donna potesse al massimo stare in contabilità. Nel 2008 il bivio decisivo, quando c’è stata la possibilità di vendere la Sireg o di tirare dritti da soli. Io ho scelto la seconda strada e ho preso in mano l’azienda. Da allora, ho cercato di adeguarla ai tempi, seguendo un percorso che ha raggiunto e superato i dieci anni. Mi occupo in prima persona del core business, mentre sto cercando di trasformare l’impresa da familiare in manageriale (è a buon punto, nda), delegando un po’ di compiti a giovani laureati o a persone che sono cresciute qui dentro”. 

L’innovazione, dicevamo: “Me n’ero occupata nella tesi e, appena ho potuto, ho dedicato risorse in questo senso nell’azienda. Anche perché noi siamo in un settore dove di innovazione non se ne vede molta”. Questo è dunque un fiore all’occhiello della Sireg Geotech: tecnologie d’avanguardia e sperimentazione. Parliamo proprio degli ultimi ritrovati che sono stati brevettati e poi immessi sul mercato. A cominciare dal tubo in plastica biodegradabile: “L’abbiamo venduto per trattare spiagge in aree protette. Questo tubo ha il vantaggio di non rilasciare sostanze nocive o velenose; dopo dieci anni, poi, si trasforma in zucchero”. Vengono iniettati nel sottosuolo componenti che consolidano il terreno e che non fanno male all’ambiente. 

C’è poi la barra in fibra di vetro, che resiste più di cento anni e che va a sostituire l’acciaio. E c’è un’attenzione a tutto ciò che può essere fatto per il bene del pianeta: “Gli scarti della plastica vengono riutilizzati totalmente”. L’Italia, pur essendo la sede di produzione, non beneficia in maniera massiccia delle competenze e del lavoro di Sonja Blanc: “Il 70 per cento del nostro fatturato arriva dall’estero, vendiamo a imprese che realizzano infrastrutture. L’Italia è un po’ più problematica, con i cantieri che vengono aperti, poi si bloccano e non sai quando riapriranno”. 

Ci sono comunque le opere a cui partecipa l’azienda, diverse e importanti: dalla metro blu di Milano al Tunnel del Brennero all’Alta Velocità Milano – Genova. Ci sono state poi la Torre di Pisa, il Campanile di San Marco. E fuori dai confini nazionali il tunnel della Manica, il Marmaray nel Bosforo, le linee metropolitane di Barcellona, Londra, Varsavia, Parigi, Mosca, New Delhi e Panama, l’aeroporto londinese di Heathrow, il consolidamento del Louvre. 

Una donna sola al comando, dicevamo all’inizio. In una zona, la Brianza, particolarmente ricca di industrie e aziende. Oggi una donna imprenditrice è ancora vista con sospetto? “Purtroppo devo dire di sì. Il mondo in cui opera la mia azienda è molto maschile, aggiungiamoci la mentalità italiana che è particolarmente maschilista. È vero che oggi, dopo dieci anni, mi conoscono meglio. All’inizio, però, restano sempre un attimo stupiti perché mio papà era molto conosciuto, quindi sono ‘la figlia di…’. Anche io, in realtà, dopo tutto questo tempo mi sento meno impreparata e quindi ho un atteggiamento diverso nei confronti degli altri”. Racconta un aneddoto: “Quando andiamo alle riunioni, se non mi conoscono, tendono a voler parlare con il mio responsabile tecnico. Danno per scontato che non possa essere io a capo dell’azienda”.

C’è molto orgoglio a stare in cima all’organigramma in una società che ha 83 anni di vita:, ma che non lo dimostra “E che ha saputo nuotare pure nell’acqua agitata della crisi, mentre morivano più di 10 mila aziende nel settore delle costruzioni. Questa è un’azienda sana”. 

Il futuro pare assicurato, se non altro resterà in famiglia: Ho due figli, la femmina di 20 e il maschio di 22 anni. Lui studia a Miami e sembra intenzionato a entrare in azienda. Magari farà prima qualche esperienza in altre realtà, anche perché io mi sento ancora abbastanza energia dentro da restare qualche altro anno”. Lo ‘svezzamento’, però, è stato effettuato con successo: “Dare un’impronta manageriale significa evitare che l’azienda resti attaccata a me. Dipendenti e collaboratori la intendono ancora come un’impresa familiare, ma posso dire che l’organizzazione oggi non è più tale. Ed è un bene che sia così: intanto, perché io non riuscire a seguire tutto e così mi posso concentrare su quello che vogliono, poi perché sarà più facile un domani passare la mano”. 

Sono una ottantina i dipendenti fissi della Sireg (più una serie di tempi determinati), che è praticamente stata sezionata in tre: geotecnica e ingegneria civile (Sireg Geotech), impianti di depurazione delle acque (Sireg Hydros) e realizzazione di fogli calandrati in pvc per le batterie a trazione stazionarie, per muletti, carrelli elevatori e gruppi di continuità (Sireg Polyvinyl). Quest’ultimo è il business più antico, gli impianti di depurazione delle acque sono invece del 1988. A proposito di business, ma dopo la tentazione del 2008, c’è più stata la voglia di vendere? “No, assolutamente. Nessuno ha fatto offerte, né io sono andata a cercarle”. Una realtà italiana, che vuole restare tale, e indipendente. Perché forse ora l’organizzazione sarà pure manageriale, ma dietro c’è sempre una famiglia che ha costruito tutto da zero. E che non intende ‘darsi’ a nessuno. 

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