Sentire di aver già sentito: Kant, l’Alzheimer e la bolla dell’obliviositas

di Elisabetta Testa –

Forse siamo abituati a pensare ai filosofi come individui diversi da noi. La loro aurea di sapienza li ha sempre resi, nell’immaginario collettivo, profondamente irraggiungibili. I filosofi, in realtà, hanno spesso fatto emergere il loro lato umano, intimo, le loro fragilità più recondite. 

Oggi parliamo di Immanuel Kant, un filosofo che abbiamo già imparato a conoscere durante i lunghi viaggi proposti da questa rubrica, Prendila con Filosofia. 

Kant è vissuto tra il 1724 e il 1804 a Königsberg, nell’allora Prussia orientale. Grande filosofo, autore delle tre Critiche, è da sempre considerato uno dei più importanti punti di riferimento dell’etica. Ma veniamo al lato umano. Kant ha sempre avuto la fortuna di possedere un’ottima memoria. Memoria di cui ha parlato anche nei suoi scritti, dividendola- come altri grandi pensatori del passato- su tre livelli: memoria meccanica (primo livello, facoltà quasi animalesca), memoria ingegnosa (secondo livello, ricordo attraverso associazioni) e infine memoria giudiziosa (il livello più alto). Quello che pochi sanno è che Kant nell’ultimo decennio della sua vita si trovò di fronte a un incubo, che all’epoca non aveva ancora nome. Era l’Alzheimer, al tempo ancora bestia crudele senza nome. 

Quella memoria di cui andava fiero e di cui aveva spiegato le caratteristiche nelle sue opere, ecco proprio quella lo aveva tradito. 

Come spiega la filosofa Francesca Rigotti, “Kant cominciò a ripetere i suoi racconti più volte al giorno. Sapeva recitare lunghe poesie tedesche e latine senza intoppo, mentre gli sfuggivano le cose apprese un momento prima. Si addormentava per la fiacchezza, fuori orario. Perse la nozione del tempo: un minuto gli sembrava esageratamente lungo”. 

Sembra impossibile che un grande filosofo potesse avere avuto un vuoto temporale durato circa dieci anni e che si sia consumato proprio a causa di una malattia che all’epoca non aveva ancora un nome. 

Un malato di Alzheimer vive all’interno di una bolla: una bolla temporale, spaziale, ma anche affettiva. Spesso non riconosce i propri cari, non ricorda cose fatte qualche istante prima. La mente di un malato di Alzheimer pare essersi fermata a un certo punto del passato: come le lancette di un orologio quando la batteria si scarica, rimangono ferme immobili all’ora in cui muore l’alimentazione. 

Come sottolineato da Rigotti, “Kant si era accorto che la memoria gli si affievoliva e così annotava le cose su foglietti, buste usate, informi pezzetti di carta”. Kant aveva intenzione di reagire: essere uomini di cultura non poteva significare non essere uomini di azione. Kant la chiamava obliviositas, noi oggi la chiamiamo in un altro modo. 

Solo nel 1992 Alexander Kurz affiancò il caso di obliviositas di Kant all’Alzheimer, dandogli così finalmente un nome. 

La memoria è “il sentire di aver già sentito”, come diceva Hobbes. È quella sensazione indescrivibile che ti porta a rivivere, attraverso il ricordo, sensazioni passate. 

Chi soffre di Alzheimer sente, sì, ma non di aver già sentito. 

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