Tra doppi e parassiti: il cinema come reduplicazione di paure, sogni e crisi sociali

di Elisa Torsiello –

Lo schermo cinematografico è una superficie riflettente in perpetuo dialogo con il nostro subconscio. Scrigno segreto di sogni e timori, il film si fa anche essere parassitario che si nutre dei nostri desideri e paure inconfessabili. I personaggi sullo schermo vivono storie d’amore che sogniamo essere nostre, e allo stesso tempo si fanno proiezioni diegetiche di fobie ataviche e represse che svaniscono catarticamente una volta trasposte sullo schermo. Il cinema si alimenta delle nostre sorprese, dei nostri occhi sgranati, delle unghie mangiate dalla paura. Dal canto nostro, nel buio nella sala, colti in una situazione di stampo onirico, noi spettatori ci immergiamo nelle storie mostrate, le facciamo nostre, sospinti da desideri di appropriazione e assimilazione di esistenze altrui. 

Non sorprende dunque se una delle tematiche più affrontate sul grande schermo non solo riguarda il doppio, ma i tentativi più o meno drammatici di gruppi di personaggi in condizioni precarie impegnati a elevarsi a situazioni privilegiate ai danni delle loro nemesi. Riflessi speculari, o ombre interiori proiettate o incarnate in perfetti doppelgänger, il cinema ha fatto sua l’ascesa dell’inconscio istintivamente più terribile e latente, trasferendolo nella figura del gemello (“The Prestige” di Christopher Nolan, “Inseparabili” di David Cronenberg) o in personaggi reali o immaginati che incrociano fatalmente il proprio cammino con quello del protagonista. La dualità interiore del personaggio, già ampiamente sfruttata in letteratura (si pensi a “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” o a “Il fu Mattia Pascal” di Luigi Pirandello) e poi sviluppata al cinema tra scambi di personalità, esseri che con furbizia e ingegno si insediano in scenari a loro interdetti per poi appropriarsene, o di gemelli omozigoti divisi alla nascita che si ritrovano a vivere l’uno la vita dell’altro (“La maschera di ferro”), si è fatta strada insidiandosi tra le pellicole di bobine in attesa di dar vita a paure, desideri, attacchi denunciatori.

E a farsi portavoce di un’esigenza reazionaria nata in seno a una dilagante paura del diverso e di impoverimento generale è l’uscita al cinema di due film come “Noi” di Jordan Peele e “Parasite” di Bong Joon-ho. Il primo, uscito nei primi mesi del 2019, spiazza il proprio pubblico con la sua natura di horror politico generato dalle disparità e le specularità. Crudele gioco di ribaltamenti e di nemesi in dicotomica opposizione suggellato da quella questione razziale quanto mai sentita e in preoccupante fermento nell’America di oggi, “Noi” vede l’avanzare dell’altro dai substrati più profondi della società con l’intento di rivendicare un proprio posto nel mondo dei doppi. Così come in “Noi”, anche in “Parasite” una famiglia al limite della povertà avanza con ingegno e acume intellettivo per prendere possesso della casa e delle ricchezze del nucleo domestico a loro speculare. Affresco attuale delle divergenze sociali che attanagliano la Corea dipinto con l’inchiostro del caustico sarcasmo, il film di Bong Joon-ho (Palma d’oro a Cannes) denuncia lo stato sociale attuale con risate e un ribaltamento narrativo da cardiopalma, memento filmico della difficoltà degli happy-endings di farsi largo al giorno d’oggi.

L’inserimento di figure oscure che con astuzia e intelligenza si appropriano dell’universo altrui raccontato da Bong Joon-ho è lo stesso che Joseph Losey ha dato vita nel 1963 con “Il Servo”. Nel film di Losey lo spettatore non si ritrova più a fare i conti con una famiglia indigente, ma con un cameriere assunto dal suo doppio speculare, un giovane ricco ma debole di carattere, spinto a innamorarsi di una prostituta presentata dal servo come sua sorella. Scoperta la verità, l’uomo li caccia, ma poco dopo, solo e infelice, riassume l’uomo. Il cameriere prenderà così sempre più potere su di lui, fino a ridurlo ad una semplice presenza. È il gioco delle parti, degli opposti che si attraggono per unirsi in una deflagrazione che lacererà in mille pezzi le esistenze di uno dei due poli. 

L’uso della mente, dei suoi infiniti giochi labirintici per acquisire potere ai danni della propria controparte, è lo stesso di cui si avvale Abigail Masham (Emma Stone) nel capolavoro di Yorgos Lanthimos “La favorita”. E così, dal punto più basso della società, la giovane riuscirà a ottenere i favori della regina Anna (Olivia Coleman), relegando Lady Sarah (Rachel Weisz) astuta nobildonna dal carattere di ferro fino a ora preferita dalla sovrana, al rango di mera comparsa nel teatro della corte inglese.

Se l’ascesa sociale e l’aspirazione a una condizione di vita migliore è una fucina in continua lavorazione che produce film in cui il doppio e la sua immagine speculare vivono della stessa preoccupante condizione sociale che attanaglia il mondo extra-cinematografica, dall’altra a entrare nella testa dello spettatore, viaggiando nel suo strato sottoepidermico è l’immagine del doppio nato dalla mente del protagonista. Sono i meccanismi di difesa a produrre, con la complicità della scissione e proiezione, questa figura dando forma a desideri illeciti, sensi di colpa inconfessati, conflitti insanabili, e verità sconfessate e rinnegate. 

Dalla trasfigurazione del sé attraverso la creazione del proprio alter-ego violento, sensuale e mefistofelicamente self-confident in “Fight Club”, all’incontro del proprio io in versione rivoluzionaria e alimentata da una soppressa sete di rabbia e ribellione in “Partner” di Bernardo Bertolucci (a sua volta ispirato al Sosia di Fedor Dostoevskij), all’architettura mentale di un universo parallelo in cui dare vita a spinte inconfessabili e paure represse ne “Il cigno nero”, la formazione del proprio sosia come contenitore della parte più oscura di sé è una delle tematiche più ricorrenti al cinema. Un tema che Denis Villeneuve fa suo e, con la complicità di un attore come Jake Gyllenhaal, trasforma in una struttura labirintica in cui il protagonista e il suo sosia (Adam e Anthony) si perdono, per rincontrarsi, scontrarsi, unirsi. Ispirato a “L’uomo duplicato” di José Saramago, “Enemy” (2013) è la perfetta istantanea di una forzata e poco sincera adesione a convenzioni sociali in cui spesso non crediamo, ma che accettiamo far nostre perché è così che ci è stato richiesto dal mondo circostante. Una costruzione lacerante, la cui portata (auto)esplosiva è così potente da scindere l’uomo portandolo a diventare nemico di se stesso e del suo riflesso socialmente accettato. 

Buco nero che tutto attrae e tutto ingoia, il doppio è la voragine verso cui tutti i personaggi tentano di fuggire per finirne attratti con il rischio di precipitarvi. Un salto nel buio dell’inconscio che i protagonisti sono pronti a compiere tenendo stretti a sé, legati con doppio nodo, i propri spettatori in sala. 

Rispondi