Vita di Provincia Vs vita di città: chi vince?

di Fabiana Bianchi –

La provincia italiana è luogo di suggestioni. Le hanno dedicato libri, canzoni, poesie, dipinti. Ma chiunque vi abbia vissuto abbastanza a lungo saprà dire che l’essenza della provincia è davvero difficile da cogliere appieno. È un intreccio sottile di relazioni, atmosfere, personaggi e storie. Come tutte le realtà complesse, non si può esaurire in poche frasi e meno che mai in un giudizio: che significa dire «mi piace» o «non mi piace» la provincia?

Ciò che si può affermare senza tema di cadere nello stereotipo è che sicuramente la provincia offre meno scelte in confronto alla città. Non che la cosa sia necessariamente, completamente negativa. Permette di venire a contatto con persone e storie con cui forse, in altre condizioni, non ci sarebbe un punto di incontro. Chi è cresciuto in un paese o addirittura una frazione dove il trasporto pubblico è mera utopia, sa che il gruppo dei coetanei è sempre inevitabilmente ristretto. Ed è per questo che la compagnia di provincia media è incredibilmente eterogenea, dal punto di vista sociale. Si allineano sullo stesso muretto i figli del medico e quelli dell’operaio, a mangiare la stessa pizza comprata all’alimentari del paese. Un curioso controsenso, visto però che gran parte dei genitori sapranno benissimo chi è figlio dell’uno e chi dell’altro e saranno pronti a giudicarli su quella stessa base.

Dal punto di vista delle identità, infatti, la provincia sa diventare opprimente. Il fatto che in paese ci si conosca tutti può finire per costruire delle reti di aspettativa sociale estremamente rigide. L’identità delle persone viene costruita dagli altri abitanti pressoché fin dalla nascita: tutti in paese sapranno chi è il “figlio del dottore” e si aspetteranno determinate cose da lui. Allo stesso modo, nel peggiore processo di stigmatizzazione, le persone si attenderanno altre cose dal figlio di chi magari ha avuto un passato di tossicodipendenza, oppure dalla figlia della madre single. In provincia, spesso il passato non perdona e il tempo sembra fermarsi, cristallizzarsi, impedendo alle persone di andare avanti e cambiare. 

Non solo in famiglia: anche fuori di casa si ha perlopiù a che fare con persone che ci hanno visti crescere. E quando si vede crescere qualcuno, spesso è davvero difficile scindere ciò che la persona è stata da quello che è diventata. Questo può essere fastidioso per quanto riguarda le piccole cose, ma divenire disastroso quando assume proporzioni più ampie. Sentirci identificare sempre nello stesso modo dalle persone che ci circondano può impedirci di cambiare o comunque costruirci un’immagine di noi irrealistica. 

D’altra parte, le relazioni in provincia sembrano essere più coinvolgenti, totalizzanti. Sarebbe una generalizzazione imperdonabile tornare all’antica e superata dicotomia della freddezza cittadina a fronte del calore della vita provinciale. Tuttavia, sotto il cielo stellato del nostro piccolo angolo di provincia, abbiamo avuto spesso l’impressione che i rapporti di amicizia stretti fra i nostri conoscenti di città conservino sempre un che di formale a noi sconosciuto nei nostri circoli più stretti. Forse, in provincia, la familiarità di casa propria viene portata naturalmente oltre la soglia: del resto, come si diceva, ci si conosce tutti da decenni. Nel bene e nel male. 

Nel male perché, oltre ai rischi di stigmatizzazione di cui si diceva prima, a volte incontrare sempre le stesse persone di cui si conosce già la storia non ci predispone adeguatamente al confronto. Finiscono per mancare gli stimoli a un certo tipo di riflessione. Nei casi più estremi, il rischio è quello di chiudersi.

Nel bene perché, a rischio di cadere nello stereotipo più becero, bisogna ammettere che certi piccoli gesti di familiarità che si riscontrano soprattutto nei paesi scalderebbero un pochino anche il cuore di Ebenezer Scrooge. Il concetto di comunità, di darsi da fare per gli altri, è molto vivo. Non è un caso che le statistiche mostrino una grande quantità di attività di volontariato soprattutto nei paesini. Non che la cosa sia assente nelle città, ovviamente, ma in provincia è più viva l’impressione di darsi da fare per qualcuno di vicino a noi, non solo per una generica persona in difficoltà. L’alpino che cuoce le castagne per raccogliere fondi a favore della casa di riposo locale, sa che quei soldi potrebbero essere usati per comprare una sedia a rotelle per il papà anziano del suo vicino di casa o per un’altra persona che conosce.

E proprio la castagnata, il torneo benefico di carte o di pallavolo in un vecchio campo dal fondo dissestato, la pesca di beneficenza fanno parte di quei riti di provincia degni di essere raccontati in un romanzo di Ammaniti. Imparare a guidare ben prima dei diciotto anni canonici, lungo la strada dissestata che conduce a una vecchia cascina, i pomeriggi estivi trascorsi su un muretto, i bagni nel fiume sono immagini che possono andare a costituire un quadretto destinato a fare la felicità di diversi cantautori.

Vanno inevitabilmente messi a confronto con certe gioie di città quasi sconosciute ai cugini di provincia: la possibilità di scegliere con molta più naturalezza quali posti frequentare, quali sport praticare, quali corsi scegliere, con una rosa di possibilità tale da dare quasi l’angoscia. Ecco, l’ansia kierkegaardiana di questo tipo è difficile si presenti a bussare alla porta di una casa di provincia.

Qualcuno si propone di fuggire dalla provincia appena possibile e ne fa quasi una missione, senza rendersi conto che quella stessa missione mostra quanto la provincia si sia insinuata sotto la sua pelle e sia quindi destinato a seguirlo ovunque nel mondo.

Anche oggi, in un mondo incredibilmente interconnesso, la provincia è destinata a lasciare un segno in chi l’ha abitata più o meno a lungo. 

Città o provincia, dunque?

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