Gli anni Novanta, quando tutto ebbe inizio…

di Fabiana Bianchi –

Oggi la presenza dei social network è quasi totalizzante sul web. Qualunque contenuto venga prodotto viene sempre e comunque fatto transitare anche attraverso di loro. Al punto che spesso i termini “web”, “social network” e anche talvolta “Facebook” sono considerati sinonimi. Ma internet è stato molto di più e vale la pena ricordare cosa c’è stato prima.

Correvano gli anni Novanta, a grandi passi verso i primi Duemila, quando le connessioni internet si sono diffuse nelle case degli italiani attraverso il leggendario “56k”. Il modem si connetteva tramite un gran gracchiare di suoni strani, occupando inesorabilmente la linea del telefono fisso e divorando denaro. 

Ma quali erano i lidi a cui approdavano i cosmonauti dell’epoca? Non mancavano le prime chat, rigorosamente sotto nickname. “C6” sarebbe stato destinato a segnare un’epoca, permettendo di conoscere gente nuova. Per chi voleva invece rimanere in contatto con i suoi conoscenti, prendeva piede “Msn”, collegato all’indirizzo e-mail. Il trillo di Msn, quella specie di “squillo” che si poteva inviare all’interlocutore per attirare la sua attenzione, probabilmente risuona ancora nei ricordi di molti trentenni. Altro fenomeno estremamente interessante era quello dei forum, che permettevano agli appassionati degli hobby più strani di ritrovarsi e discutere come se fossero comodamente seduti in salotto. 

All’incirca nel primo decennio del nuovo millennio conoscevano grande fortuna anche i blog, tanto da portare alcuni dei loro autori fuori dall’anonimato di internet. Chi si ricorda di “Pulsatilla”, la giovane blogger foggiana che fu fra le prime penne pescate dal web e portate nel mondo dell’editoria?

Fra le piattaforme più gettonate per il blogging, va sicuramente ricordato “Msn Spaces”. Collegato alla messaggistica e al mondo Outlook, permetteva di creare vere e proprie stanze virtuali da arredare a piacimento. Su sfondi neri o colorati, arricchiti da improbabili immagini glitterate o semplicemente da fotografie, molte persone, complice ancora una volta l’anonimato garantito dai nickname, affidavano alla piattaforma una sorta di diario personale. Grazie alla funzione dei commenti, capitava talvolta di avere consigli o incoraggiamenti da parte di perfetti sconosciuti, mai incontrati nella vita reale ma a cui avevamo appena raccontato un pezzo importante di noi.

A rischio di apparire nostalgici con gli occhiali rosa sul passato, è d’obbligo una riflessione. È curioso notare che una volta, dietro i nickname, si celassero piccoli gesti gentili, parole incoraggianti o consigli mentre ora, abituati con Facebook a presentarsi con nome e cognome, molte persone non esitino a lanciarsi in insulti e minacce. Sarebbe sbagliato e ingenuo pensare che fino a dieci anni fa non esistessero forme di cyberbullismo. Tuttavia, è innegabile che molte persone tenessero davvero a costruire piccole comunità serene sul web.

Intorno alla metà degli anni dieci del nuovo millennio si affacciavano sul web i primi social network: proprio come accadrebbe con dei locali fisici, ognuno tendeva ad accogliere persone con un certo stile. Se il più sobrio “MySpace” con il leggendario amico Tom era terra soprattutto di musicisti e lavoratori del settore, Netlog apriva invece a un pubblico giovanissimo e spesso decisamente originale. Grafie infarcite di simboli, glitter e i primi filtri fotografici applicati alla meno peggio ornavano i profili di utenti come “Piccola lesa innamorata” e “Patato house comanna”. Mettere nome e cognome era ancora considerato “rischioso” (non si sa bene il rischio quale fosse), ma si iniziava a caricare sul web una quantità smodata di foto, che ancora non si chiamavano “selfie” ma di fatto lo erano. 

Anche questa è una nota curiosa: in un mondo in cui gli smartphone non regalavano ancora la possibilità di caricare con un semplice tap le foto appena scattate, difficilmente veniva caricato sul web ogni istante della giornata immortalato. Talvolta le fotografie che apparivano sui blog erano oggettivamente orribili, ma erano comunque “ragionate”. Insomma, mancava ancora la smania che porta qualcuno a immortalare tutte le portate dalla colazione allo spuntino di mezzanotte.

Fra chi invece amava davvero la fotografia, c’era Flickr. Ancora lontani i tempi dei filtri di Instagram, perlopiù le foto su questa piattaforma erano scattate in modo accurato e postprodotte con programmi dedicati. Intorno al 2009 sarebbe esplosa una vera e propria mania fotografica, che avrebbe portato migliaia di persone a spendere altrettanti soldi in reflex e obiettivi, prima che la pigrizia e gli smartphone ridimensionassero causticamente la bolla della passione. Fra gli appassionati di arte è d’obbligo ricordare anche DeviantArt, tutt’ora attivo, vera landa di confronto per gli artisti amanti delle più svariate tecniche.

È intorno al 2007 che Facebook si è diffuso anche in Italia, dopo diversi anni di funzionamento negli Stati Uniti. Il social network della F bianca ruppe il dogma dell’anonimato, portando le persone a iscriversi con la propria identità e non riempiendo più i campi destinati a nome e cognome con amenità come “DolceMarty Quellodimiopadre”. 

E lo stesso Facebook è cambiato molto nel corso degli anni, come ci insegna quella terribile funzione oggi nota come “ricordi”, che ci sbatte inesorabilmente in faccia quali noiosissime idiozie scrivessimo nei primi anni di permanenza sul social.

Per qualche oscura ragione, innanzitutto, si scrivevano gli stati in terza persona. Quindi cose come “Tizio Caio ha comprato gli sci nuovi!”. Raccapricciante. Secondariamente, come si diceva, gli smartphone non erano ancora molto diffusi, quindi si ottimizzava il tempo in cui ci si connetteva dal pc aggiornando più volte lo stato nell’arco di poche ore, come dei twittatori compulsivi, di solito con informazioni di scarsissimo interesse per chiunque (“Tizia sta iniziando a studiare”, “Tizia si prende una pausa”, “Tizia ha deciso di mangiarsi un panino per studiare meglio”). All’inizio non c’erano i tag né le “reazioni” odierne, ma solo i pollicioni diventati simbolici. Non solo: il fatto che all’epoca fossero in pochi a utilizzare Facebook regalava ai primi utenti italiani una falsissima illusione di intimità, facendo sì che nelle bacheche apparissero discorsi e scherzi trovati col senno di poi francamente imbarazzanti. Il fatto che il caricamento delle fotografie fosse piuttosto impegnativo limitava però l’inondazione di immagini che si trova oggi. Chi non produceva contenuti poteva però sempre condividere quelli altrui: quando si poteva ancora “diventare fan” delle pagine, ne esistevano moltissime che si limitavano ad abbinare foto e immagini pronte per la condivisione. Era l’era dei “link”: mielosi o ironici, regalavano alle pagine migliaia di clic. Chi si ricorda per esempio di “Camorra&Love”, il cui nome suscitò parecchie controversie, che superò il milione di fan?

Oggi ormai chiunque ha accesso a Facebook. Se da un lato il social network diventa spesso terreno fertile per l’odio, malgrado tutte le precauzioni e la consapevolezza delle conseguenze in agguato, c’è anche da dire che per molti utenti è invece cresciuta la consapevolezza sull’uso corretto di questi strumenti.

Che ci piaccia o no, Facebook ci ha cambiato mentre cambiava a sua volta. Come tutti gli strumenti, sta a noi decidere se usarlo bene o male: vogliamo permettergli di cambiarci nel modo migliore o di renderci delle bestie con il pollice opponibile su schermo capacitivo?

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