Morire a 18 mesi

di Michela Trada –

Quando in rete o nelle pagine dei quotidiani circolano notizie inerenti a bambini il mio interesse nei confronti di esse, da mamma, viene subito catturato; certo, sarebbe bello leggere solo contenuti positivi, utili e di condivisione valoriale, ma si sa che noi giornalisti prediligiamo il noir e, di conseguenza, la maggior parte dell’informazione è di colore grigio scuro. 

Apprendere della morte di un piccolo di soli diciotto mesi per la demenza (ebbene sì non c’è altro modo a mio avviso per aggettivare i due soggetti in causa) dei genitori mi ha decisamente turbata. Come si fa ad alimentare un neonato a sola frutta e verdura poiché seguaci fino all’estremo del veganesimo? Come si può essere così egoisti ed ignoranti allo stesso tempo?

Eppure, con il passare degli anni, l’essere umano si dovrebbe evolvere, mentre la nostra specie sta regredendo al pre  MedioEvo . Ogni giorno ci inventiamo mode e stili di vita per darci un tono, per essere più cool, per seguire chissà quale principio eterno di una nuova religiosità laica, perdendo completamente di vista il vero significato dell’esistenza.

Ci offuschiamo dietro le inezie e le virgole quando la sostanza è ben diversa; e così povere creature innocenti vengono sacrificate in nomi di principi con i quali nulla hanno a che fare. Si può morire di mal nutrizione nella società del benessere? In una famiglia economicamente a posto? La risposta è no, non è ammissibile una tragedia del genere.

Il punto è che non sempre avere soldi è sinonimo di avere il cervello e spesso chi ha il pane non ha i denti.  Dovremmo farci tutti un esame di coscienza per capire in che direzione stiamo andando e cercare quindi di raddrizzare la barra prima che sia davvero troppo tardi. A diciotto mesi, morire di veganesimo, è inaccettabile. 

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