Cucchi, quella sentenza che non accontenta nessuno

Cucchi, quella sentenza che non accontenta nessuno

21 Novembre 2019 0 Di il Cosmo

di Alessandro Pignatelli –

Una vita vale 12 anni di carcere? Stiamo parlando della sentenza bis per la morte di Stefano Cucchi e della condanna inflitta ai due carabinieri considerati colpevoli di aver pestato il ragazzo dopo l’arresto. La famiglia ha esultato alla lettura della sentenza: “Giustizia è stata fatta”. Qualcuno ha storto il naso: bisognava mettere in galera i due responsabili dell’Arma, Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, e buttare via la chiave. 

La nostra giustizia si è confermata ‘lumaca’, visto che era il 27 ottobre del 2009 quando si seppe della morte del 31enne romano. I togati della Corte d’Assise di Roma hanno senza ombra di dubbio identificato i due carabinieri come protagonisti del pestaggio che portò, diversi giorni dopo, alla morte in ospedale Cucchi. L’accusa è di omicidio preterintenzionale. Siamo solo al primo grado, non sono quindi escluse sorprese prossimamente. I legali dei condannati hanno fatto sapere che ricorreranno in appello. 

Il processo, ricorderete, si era aperto con le dichiarazioni del carabiniere Francesco Tedesco, il primo a rompere il muro di omertà: fu lui a descrivere il pestaggio subito in caserma da Stefano. Ilaria Cucchi, sua sorella, ha fatto sapere: “Stefano è stato ucciso, lo sapevamo. Forse adesso potrà riposare in pace, e i miei genitori vivere più sereni”. Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro sono stati inoltre interdetti in via perpetua dai pubblici uffici. Per Tedesco, invece, è sparita l’imputazione di omicidio. Non partecipò all’azione dei due suoi colleghi la sera in cui la vittima fu portata alla caserma Casilina per possesso di 25 grammi di hashish, qualche grammo di cocaina e farmaci anti-epilettici scambiati per pasticche di ecstasy.

Stefano Tedesco è stato comunque condannato a due anni e sei mesi di carcere per falso. Tre anni e otto mesi per Roberto Mandolini, comandante interinale della stazione Appia, più interdizione per cinque anni dai pubblici uffici, Assolti dall’accusa di calunnia Vincenzo Nicolardi e gli stessi Tedesco e Mandolini.

Cucchi, dopo l’arresto del 22 ottobre 2009, passò una settimana all’ospedale ‘Sandro Pertini’ di Roma, nel reparto detenuti. Dopo di che, spirò. Il medico Stefania Corbi è stata assolta ‘per non aver commesso il fatto’. Accuse prescritte per il primario del reparto di Medicina protetta dell’ospedale, Aldo Fierro, e i tre medici Flaminia Bruno, Luigi De Marchis Preite e Silvia Di Carlo. Inizialmente, erano stati imputati con l’accusa di abbandono d’incapace. Nel 2013, erano stati condannati per omicidio colposo, ma poi assolti in appello. Ci fu quindi l’intervento della Cassazione che rimandò indietro il processo. I giudici della Corte d’Appello confermarono l’assoluzione, impugnata dalla Procura generale; la Cassazione rinviò nuovamente, chiedendo un nuovo processo, che si è chiuso giovedì 14 novembre con una assoluzione e quattro prescrizioni. Giosuè Bruno Naso, legale di Mandolini, dice: “Come si concilia questa sentenza sul piano tecnico-giuridico con il fatto che oggi stesso la corte d’Assise d’Appello ha dichiarato la prescrizione per i medici?”.

Su tutta la vicenda c’è anche il dossier ‘Anomalia Italia’ di Acad, l’Associazione contro gli abusi in divisa: “La fine di Stefano Cucchi comincia dal momento in cui i carabinieri lo arrestano al Parco degli acquedotti nel quartiere Casilino di Roma per detenzione di sostanze stupefacenti. Durante i giorni del ricovero, la famiglia del giovane non ha mai potuto vederlo perché l’amministrazione penitenziaria impediva qualsiasi contatto. Stefano morirà alle 6:45 del 22 ottobre 2009 dopo una via crucis giudiziaria e sanitaria durata quasi una settimana”.

Il processo sembrava però andare in direzione opposta, con l’assoluzione nel 2016 per i medici del Pertini, gli infermieri e le guardie penitenziarie. Senza considerare il ruolo avuto dai carabinieri che avevano arrestato Cucchi. Da qui, di sicuro, il sospiro di sollievo da parte della famiglia in questo processo bis, nonostante 12 anni possano sembrare pochi per un omicidio. Bisogna di sicuro ringraziare Francesco Tedesco, il collega dei due carabinieri considerati colpevoli del peggior reato, che con la sua testimonianza ha portato a riaprire il dibattimento. Nel verbale d’interrogatorio del 9 luglio 2018 si legge: “Fu un’azione combinata. Cucchi prima iniziò a perdere l’equilibrio per il calcio di D’Alessandro, poi ci fu la violenta spinta di Di Bernardo che gli fece perdere l’equilibrio, provocandone una violenta caduta sul bacino. Anche la successiva botta alla testa fu violenta, ricordo di aver sentito il rumore”.

Va ancora segnalato ‘Vlad’, un vademecum che tenta di ricostruire le norme da cui gli abusi traggono origine, redatto nel 2018 da Acad e Alterego – fabbrica dei diritti. L’ultimo capitolo ha per titolo: ‘Stefano Cucchi: il caso che ha cambiato la storia degli abusi’. Si legge: “Il processo Cucchi-bis ha cambiato la storia dei processi in Italia sul tema degli abusi in divisa”. Ecco perché ora si parla effettivamente di questa sentenza come di una pietra miliare, da prendere a esempio anche per la futura giurisprudenza in materia. Anche perché il tutto sembrava destinato a scomparire nel nulla: difficilmente i colpevoli (presunti, siamo pur sempre al primo grado del processo – bis) avrebbero ricevuto una condanna senza nuove indagini. “Appresa la notizia della morte di Stefano, fu lo stesso Tedesco a presentare una formale nota di servizio dove raccontava i fatti accaduti in quella notte. Nota di servizio consegnata al suo superiore Roberto Mandolini. Nota di servizio scomparsa nel nulla”. Fortunatamente, poi, la storia ha preso un’altra piega. Oggi abbiamo una vittima che sta ricevendo giustizia, i colpevoli che hanno un nome e cognome. Abbiamo una giustizia che, seppur con ritardi e sbagli, pare aver preso il binario giusto. Abbiamo coloro che con coraggio hanno denunciato i fatti. 

Naturalmente, non tutto fila via liscio. Perché abbiamo le frasi dell’ex ministro degli Interni Matteo Salvini: “La droga fa male”. La risposta di Ilaria Cucchi, che sta decidendo se querelare o meno il leader leghista. “Stefano non è morta di droga, cosa c’entra la droga? Salvini perde sempre l’occasione per stare zitto. Anche io, da madre, sono contro la droga, ma Stefano non è morto di droga. Contro questo pregiudizio e contro questi personaggi ci siamo dovuti battere per anni. Tanti di questi personaggi sono stati chiamati a rispondere in un’aula di giustizia, e non escludo che il prossimo possa essere proprio Matteo Salvini”.

Ilaria, pochi minuti dopo la sentenza, aveva detto: “Sono ancora frastornata, sono passati tanti anni in cui abbiamo sentito parlare di Stefano che era morto di suo. Sapere che oggi qualcuno è chiamato a rispondere per la sua morte e sapere oggi che in aula di giustizia, e voglio ricordare che Stefano è morto anche di giustizia, è stato riconosciuto che Stefano Cucchi è stato ucciso. Cosa che sia io che tutti coloro che hanno voluto approfondire questa storia e non piegarsi alle ipocrisie sapevamo fin dal principio. Però ci sono voluti dieci anni per farlo riconoscere in aula di giustizia”. 

Un carabiniere ha effettuato il baciamano, Ilaria commenta anche questo: “E’ stato un momento emozionante perché racchiude un po’ quello che diciamo da sempre. Anche se da più fronti si è voluto far passare il concetto che noi fossimo in guerra con le istituzioni e con l’Arma dei Carabinieri. Quello che sta accadendo oggi, anche nel processo sui depistaggi, dimostra che non è così e, anzi, tutt’altro. L’Arma dei Carabinieri è stata danneggiata quasi quanto la famiglia di Stefano Cucchi da ciò che è avvenuto”.

Alessandro Borghi, l’attore che ha interpretato Stefano nel film ‘Sulla mia pelle’, ha gioito alla lettura della sentenza. Per prepararsi alla pellicola, aveva conosciuto molto da vicino la famiglia Cucchi e tutta la vicenda giudiziaria. Sui social, ha scritto: “A Stefano. Sempre”.