I figli di Alfonso Cuaron

I figli di Alfonso Cuaron

28 Novembre 2019 0 Di il Cosmo

In occasione del 58esimo compleanno del regista messicano, ripercorriamo la sua carriera

di Elisa Torsiello –

Dallo spazio infinito alla terra sporca, bagnata da acqua e sapone. Nel mezzo città post-apocalittiche, o illuminate da incantesimi magici, attraversate da uomini e donne che tra sudore, affanni, dolori e colpi al cuore, ritrovano se stessi. È l’universo di Alfonso Cuarón (all’anagrafe Alfonso Cuarón Orozco), regista nato a Città del Messico il 28 novembre di 58 anni fa. Una carriera nata in sordina, la sua, senza fondi, ma supportata da ingegno, creatività e un legame speciale con quell’Emmanuel Lubezki, direttore della fotografia che lo accompagnerà spesso nelle sue tappe cinematografiche illuminando o oscurando per lui mondi nuovi, o fin troppo conosciuti. Che in Cuarón ci fosse qualcosa di speciale se ne era accorto anche Sydney Pollack che nel 1993 gli affida uno degli episodi della sua serie antologica “Fallen Angels”. L’attenzione su questo regista messicano inizia ad aumentare, le luci della ribalta si illuminano una a una, ma lui, dopo due adattamenti come La piccola principessa e “Paradiso Perduto” (trasposizione di Grandi Speranze di Charles Dickens, con protagonisti Ethan Hawke, Gwyneth Paltrow e Robert De Niro) sente che qualcosa non funziona, sta perdendo uno dei suoi poteri fondamentali come la scrittura. Ne consegue un ritorno alle origini, a quel mondo messicano fatto di giovani colmi di ossessioni e attratti da un mondo come quello del sesso, che Cuarón traccia sullo schermo con pennellate sensuali e dolorose. Sono getti di colore cinematografico nati da repressioni e curiosità che sanno di vita reale, un ritratto sincero di amicizia, gelosia e relazioni tradite, o ritrovate. 

L’ombra che affianca l’uomo nel corso della sua esistenza, rendendo per questo ancora più accecante la luce che rischiara il suo cammino dopo una tempesta, è la stessa che ammanterà nel 2004 il terzo capitolo della saga di Harry Potter: “Harry Potter e il prigioniero di Azkaban”. Il film si caratterizza, infatti, per essere riuscito a cambiare il tono iniziale assunto dalla serie, desaturando la tavolozza dei colori e ampliando il paesaggio intorno a Hogwarts. La magia e le prime parvenze di quell’universo intriso di paura e suspense che da lì in poi circonderà l’universo di Harry e dei suoi compagni di avventura, si tramuterà in “I figli degli uomini” (2006) in un’opera post-apocalittica, nata in seno a un futuro non troppo distante, in cui il mondo non può più procreare. Il viaggio di Theo (Clive Owen) per trarre in salvo una giovane donna incinta e custodire così il seme da cui nascerà una nuova generazione, è un’odissea accerchiata da un’umanità allo sbando; un percorso corale al buio, in cui il caso regna sovrano su tutto e tutti, e in cui nessuno può dirsi davvero scampato alla morte.

La nomination all’Oscar per la migliore sceneggiatura non originale per “I figli degli uomini” si concretizzerà (e moltiplicherà) sette anni dopo con “Gravity”. Sette Academy Award vinti (tra cui quello per “Miglior regia”) e il plauso di critica e pubblico per un film che supera i confini del genere fantascientifico per incamminarsi in quelli dell’introspezione umana. L’accuratezza degli effetti speciali e l’assordante mancanza di colonna sonora – sostituita tutt’al più dall’eco esacerbante di rumori ed esplosioni – hanno fatto di questo film un perfetto anello di congiunzione tra blockbuster americano e film d’autore. Lo spazio si fa dunque portatore sia di paesaggi da immortalare, conquistare (anche solo con gli occhi) e con cui combattere, che di terreni metafisici ricolmi di visioni interiori e di incontri con il sé più nascosto, profondo e dimenticato. 

Che siano intrappolati nel buio dello spazio, o chiusi all’interno di una macchina alla ricerca di un’avventura estiva, i personaggi di Cuarón sono costantemente spinti da una voglia di ricerca della propria vera essenza, di una risposta o un legame che li unisca alla terra (o al cielo) che li circonda. 

E così Cleo, la domestica protagonista di “Roma” (Leone D’Oro alla Mostra di Venezia nel 2018) diventa l’ultima pedina di una caccia al tesoro in termini umani compiuta da Cuarón da quasi 25 anni. I personaggi di “Roma” si distinguono dai loro precedenti cinematografici. Ognuno di loro è stato creato e modellato dalla forza del ricordo. La pellicola che li avvolge e che dà loro forma, è impressa nel ricordo di un passato non solo storico, ma anche personale, perché recuperato dai cassetti mnemonici dello stesso regista. L’accensione della sua macchina da presa è il fulmine di Frankenstein che riporta in vita un regno di fantasmi lasciati assopiti per anni. L’uso del bianco e nero non fa altro che esaltare in tutta la sua sublimazione la trasfigurazione di ogni singolo personaggio, immergendo la pellicola in uno spazio di atemporalità e di immortalità che solo il cinema può creare. Cleo si fa dunque spirito guida di un viaggio interiore alla scoperta di nuovi sentimenti appartenente a un corpo filmico che ha negli occhi neri e profondi della giovane donna il suo cuore pulsante e nell’acqua che bagna il pavimento il suo sangue ribollente.