La violenza contro le donne non si sconfigge un giorno all’anno

La violenza contro le donne non si sconfigge un giorno all’anno

28 Novembre 2019 0 Di il Cosmo

di Fabiana Bianchi –

Il 25 novembre è un incompreso. È l’impressione sempre più netta che si fa sentire leggendo gli articoli, osservando i contenuti sul web e addirittura quelli promozionali usciti in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Già l’8 marzo, Giornata internazionale della donna, ha subito un amaro destino. Associata spesso a una tragedia in realtà mai avvenuta, è diventata l’ennesima occasione per dire alle donne cosa ci si aspetta da loro, finendo per imbrigliarle nell’ennesima rete di stereotipi. 

Il 25 novembre la narrazione si fa ancora più difficile. Perché effettivamente è difficile parlare di violenza sulle donne. Che cos’è la violenza, innanzitutto? Un pugno è violenza? Sì, su quello siamo più o meno tutti d’accordo. Infatti è ormai un classico del 25 novembre l’immagine di una donna con qualche livido realizzato ad arte con i cosmetici. Questo tipo di narrazione ha avuto sicuramente un merito: quello di essere stata, a tempo debito, impattante. Se spesso chi subisce violenza fisica si trova a nascondere l’occhio nero dietro un paio di occhiali da sole o il livido dietro una maglia a collo alto, questo tipo di comunicazione ha forse aiutato a dare concretezza a un concetto. La violenza non è un numero, non è un puro “fenomeno”: è qualcosa di tangibile. Tuttavia, come sempre, nel tempo la potenza espressiva ha perso abbrivio e oggi è difficile che venga dedicato più di qualche secondo davanti a un’immagine di questo tipo.

E lo schiaffo, è violenza? Sembrerebbe scontato, ma non lo è. Durante una ricerca condotta dall’Istat, il 7,4% delle persone intervistate ha dichiarato di ritenere accettabile che «un ragazzo schiaffeggi la sua fidanzata perché ha civettato/flirtato con un altro uomo», mentre per il 6,2% è normale che all’interno di una coppia ogni tanto volino schiaffi. In ogni caso, tendenzialmente la violenza fisica è quella più facilmente riconoscibile e inquadrabile. Per questo è più facile da rappresentare, il messaggio relativo viene recepito meglio ed è sicuramente un “terreno sicuro”, comunicativamente parlando.

Altri messaggi hanno invece fatto decisamente discutere. Quella che è probabilmente l’agenzia di onoranze funebri più famosa d’Italia grazie alle sue campagne social ha dedicato una delle sue creazioni anche al 25 novembre. «Ci sono due tipi di donne» recita il messaggio. Da un lato, una bara. Dall’altra la scritta «Quelle che denunciano». In chiusura, l’esortazione a chiamare il 1522 per essere aiutate. Per qualcuno un’idea vincente, che tratta un tema importante con uno stile che il web ha ormai imparato ad amare. Per altri, una semplificazione non priva di “victim blaming”, colpevolizzazione della vittima, che sottintenderebbe una colpa da parte di chi non denuncia. «È lapalissiano che la colpa è di uomini violenti e infami, non serve scriverlo – ha specificato in seguito l’azienda – Non importa se arriva qualche critica, se questo post serve a dare la forza o a far capire anche solamente ad una donna, la situazione in cui versa, noi abbiamo già vinto».

Ha fatto parlare di sé, nel mondo degli addetti ai lavori della comunicazione, anche l’iniziativa di un negozio di dolciumi di donare una caramella a tutte le donne, «a cui noi vogliamo un mondo di bene»: troppo simile, secondo diversi utenti, all’idea lanciata l’8 marzo da Trenitalia, che a tempo debito subì giudizi piuttosto feroci. 

Curiosando fra i contenuti degli utenti “comuni” pubblicati sui social network, ci si imbatte a intervalli regolari nei consueti simboli. Strisce rosse, scarpe rosse, panchine rosse. Ottimi spunti di riflessione, capaci appunto di incarnare un concetto in un’immagine e di essere facilmente riconoscibili. Tuttavia, da soli non sembrano sufficienti ad affrontare a tutto tondo il tema della violenza. Il concetto rimane fumoso, aleatorio. Tanto che spesso a questo tipo di immagini vengono affiancate parole pregne dei peggiori stereotipi: odi a un non meglio precisato congenito spirito di sacrificio che accomunerebbe tutte le donne, probabilmente frutto di un carattere recessivo legato al cromosoma X e dunque in grado di manifestarsi solo nel sesso femminile. Esaltazioni della “naturale sensualità” femminile, imprigionando ancora una volta la personalità delle donne dietro il loro corpo.

Tutti siamo in grado di riconoscere un livido, ma è molto più difficile rendersi conto delle decine di meccanismi subdoli che nel corso dei secoli hanno imbrigliato le donne (e non solo), relegandole in determinati ruoli.

Ben vengano dunque le immagini, anche quando sono impressionanti. Ben vengano le panchine rosse e le scarpe dello stesso colore. Ma per eliminare la violenza sulle donne, tutte le forme di violenza, fotografie e disegni non sono sufficienti. Occorre la forza delle parole. Occorre che si riempiano pagine di giornali tutti i giorni e non solo il 25 novembre. Occorre che chi ha subito violenza, ogni tipo di violenza, racconti la sua storia senza vergogna e senza timore di trovarsi un dito puntato addosso. Occorre che si pubblichino libri sul tema. Occorre che nelle scuole di ogni ordine e grado degli specialisti insegnino ai bambini e alle bambine, ai ragazzi e alle ragazze, secondo la loro età, a prevenire, riconoscere ed estirpare la violenza. 

Ora che un altro 25 novembre è passato, speriamo di non dovere sentire ancora espressioni di fastidio quando si tornerà a parlare di certi temi. Perché non si sconfigge la violenza di 364 giorni con una sola data.