Freud, l’iceberg e la prima topica: quanto sono belli e mostruosi gli abissi!

di Elisabetta Testa –

Si tende sempre a considerare solo una parte di quello che siamo, così come di quello che ci circonda. 

Esiste davvero solo quello che vediamo? 

Nel corso della storia della filosofia la psicologia ha cercato di confutare questa idea, considerata semplicistica e incompleta. 

Primo fra tutti un tale, che si chiamava Sigmund Freud (1856-1939), con la sua psicanalisi. 

Freud analizza la mente e la tratta come se fosse un alloggio, una casa. Da questa analisi da architetto crea le topiche, che potremmo paragonare al progetto creato dall’architetto. La prima topica di Freud appare nel 1900, contenuta nel celebre scritto L’Interpretazione dei sogni. 

Attraverso la famosa metafora dell’iceberg, Freud insegna a un pubblico ancora vecchio e impostato che non si deve badare solo a ciò che sta in superficie. Freud ci ha insegnato ad amare anche le profondità dei nostri abissi. 

Così Freud spiega che, come l’iceberg, anche la nostra mente ha una parte evidente che emerge in superficie e questo si chiama conscio. Definisce preconscio quella parte della mente che contiene pensieri che possono essere rinfrescati solo attraverso un atto di volontà. La parte più rilevante e affascinante è, però, l’inconscio, rappresentato dalla parte abissale dell’iceberg. C’è, ma non si vede; c’è, ma è inconsapevole. 

Freud ci ha insegnato ad apprezzare l’abisso: la sua è una sorta di filosofia della profondità. Non dobbiamo fermarci a contemplare ciò che galleggia in superficie. Dobbiamo saper apprezzare anche ciò che non conosciamo, che non vediamo e che, naturalmente, ci fa paura. 

Tutto questo ha avuto forti riscontri anche nelle pratiche di ricerca marine. Un tempo si pensava che negli abissi del mare non ci potesse essere vita: troppo buio, troppo freddo, si doveva trattare per forza di un habitat senza fonti di sostentamento. 

Ricerche e incontri ravvicinati hanno dimostrato, invece, che lì sotto, proprio lì dove nessuno pensava, c’era vita. 

Una vita particolare, però, diversa da quella che si può ammirare in superficie. Una vita mostruosa: grossi pesci, che si sono dovuti adattare alle rigide condizioni dell’abisso, sviluppando aspetti e comportamenti non comuni. Li definivano mostri, in senso spregiativo, così come si definivano mostruose certe pulsioni umane, derivanti direttamente dall’inconscio. 

Eppure mostro deriva dal latino monstrum, che significa prodigio. Si tratta di una parola che ha profondamente a che vedere con la bellezza e la meraviglia. È appunto prodigioso un essere che ha saputo adattarsi alla vita degli abissi e lo è anche chi ha accettato le sue pulsioni, anche quelle apparentemente più inaccettabili. 

Perché…

“Nell’impossibilità di poterci veder chiaro, almeno vediamo chiaramente le oscurità”. 

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