La solitudine dei numeri 2: problematiche e (in)successi dei sequel di classici Disney

Il successo di Frozen 2 riporta alla mente casi di sequel meno baciati dalla fortuna. Scopriamo insieme cosa può essere andato storto.

di Elisa Torsiello –

Arduo il cammino di chi, nel regno di Topolino, viene insignito del ruolo di creatore di un sequel Disneyano. L’eredità acquisita brucia di responsabilità. Talmente grande e impresso nella memoria collettiva, il precedente filmico a cui si fa riferimento ti guarda dall’alto investendo l’operato di responsabilità e timore. Già, perché quello che i realizzatori hanno tra le mani non è solo un film, ma una pietra miliare della crescita di un bambino, un pezzo della sua memoria, un passo in formato cinematografico del suo cammino di vita. I classici Disney (senza dimenticare quelli usciti dalla fucina creativa della Pixar) si insidiano tra gli strati sottoepidermici del nostro corpo risalendo fino al cuore e alla mente. Abitano nei meandri della nostra memoria per fare capolino trasportandoci tra le onde mnemoniche dell’infanzia.

Ecco perché spesso le aspettative che affidiamo ai loro sequel vengono facilmente disattese. Non si sta facendo più un paragone netto con un’opera d’animazione, ma con un pezzo di vita, un ricordo inscatolato in bauli della memoria. 

Quello su cui i creatori dei sequel d’animazione oggi possono contare è un’evoluzione tecnologica in grado di offrire strumenti adeguati per realizzare mondi, scenografie e dettagli quanto più realisticamente possibili. Ne è un esempio “Frozen 2: Il segreto di Arendelle”, il cui confronto con il primo Frozen, uscito in sala solo sei anni fa, è già abissale dal punto di vista visivo. Eppure, analizzandolo sotto l’ottica della sceneggiatura, qualcosa non va in questo secondo capitolo. La strada lastricata di ghiaccio è scivolosa, e non completamente sfruttata in tutte le sue potenzialità. Un dettaglio che di certo non passa inosservato ai più attenti, ma che per molti si riduce a un errore infimo, facilmente perdonabile. Già, perché a volte entra in campo una componente nostalgica talmente imponente nella sua portata da mettere all’angolo il lato più razionale, totalmente sopraffatto da quello più emotivo e sentimentale. Ritrovarsi dinnanzi a personaggi amati, conosciuti, attesi per anni, significa per molti spettatori ritrovare un amico. E se la storia non è agli stessi livelli di quella precedente pazienza. Vorrà dire che ci limiteremo ad ammirare le imprese fisiche e gli incantesimi magici dei protagonisti in religioso silenzio, tenendo aperti gli occhi e le orecchie. 

Sebbene non equiparabili a livello di contenuto ed emozioni agli originali, sono molti i sequel che, come “Frozen 2”, vantano un posto d’onore nel cuore di molti appassionati Disney. Da “Le follie di Kronk”, a “Il Re Leone 2 – il regno di Simba”, passando per “Peter Pan: ritorno all’Isola che non c’è”, a “La Bella e la Bestia: un magico natale”. Sono fratelli minori che vivono all’ombra del ricordo dei loro predecessori. Gli occhi dei curiosi si fissano su di loro carichi di aspettative e speranza, desiderosi di sapere se questi nuovi arrivati saranno o meno all’altezza di quanto compiuto magistralmente dai loro fratelli maggiori. Eppure, sospinti da pregiudizi e timori colmi di probabile delusione, spesso ci dimentichiamo del ruolo di collante che questi secondi nati giocano nel progetto creativo della loro casa madre. Come accaduto per “Toy Story 2” (il capitolo più debole della quadrilogia con protagonisti i giocattoli Woody e Buzz) o “Cars 2”, questi cartoni animati non sono altro che anelli di congiunzioni di una probabile trilogia. Per quanto studiati nei minimi dettagli, il loro compito è quello di auto-concludere un intreccio lasciando aperto uno spiraglio finale a cui si aggrapperà l’episodio successivo. 

Esistono comunque nell’universo Disney dei sequel obiettivamente poco riusciti e alquanto scadenti. Sono molti gli elementi che giocano in campo in questo assalto al KO spettatoriale. Dal passaggio dell’opera a un team differente a quello originale (si pensi ai Toon Studios, divisione della Walt Disney Animation Studios incaricata di realizzare questi film, destinati perlopiù a un mercato “direct-to-video”); a un budget nettamente inferiore che comporta l’impiego di metodologie più tradizionali e meno al passo coi tempi; senza dimenticare l’uso di doppiatori differenti rispetto agli originali (si pensi al secondo capitolo della saga de “Il Re Leone” privato della voce di Tonino Accolla per il personaggio di Timon, qui sostituito da Roberto Pedicini) o al concepimento di questi futuri sequel come serie TV (è il caso di “Koda, Fratello Orso 2”, o “Cenerentola 2”) sono tanti, e fin troppi, i sequel rimossi dalla memoria collettiva (e dagli scaffali dei negozi). Una damnatio memoriae che ha colpito maggiormente i seguiti dei grandi classici, usciti soprattutto negli anni a cavallo tra il 1990 e gli inizi 2000. Erano anni in cui il marketing era poco incline a puntare su questi prodotti già concepiti come “inferiori” e le stesse rese qualitative a livello visivo dimostrano come i fondi destinati alla realizzazione di questi cartoni animati fossero già in partenza destinati a nuovi progetti, piuttosto che a dei semplici sequel. 

E così “il Gobbo di Notre Dame 2”, “Pocahontas 2: il viaggio nel nuovo mondo”, “Aladdin: il ritorno di Jafar”, “Lilli e il vagabondo II: il cucciolo ribelle”, o “Mulan 2” sono pezzi di un puzzle perduti sotto i divani della memoria e lì lasciati a scomparire. Preferiamo dimenticarli, tenendo vivo il ricordo felice dei loro predecessori piuttosto che donare loro una seconda possibilità di (re)visione. 

A differenza di quella decade così tumultuosa per i sequel d’animazione, quello in cui viviamo oggi è un periodo di seconda giovinezza per questa tipologia di film. Sospinti da un’ondata nostalgica, gli spettatori vogliono ritornare in quegli universi conosciuti e momentaneamente abbandonati. Piuttosto che addentrarsi in percorsi nuovi, si preferisce ritornare lungo sentieri già battuti, e così ecco che fanno capolino i vari reboot, remake e sequel a distanza di decine di anni (vedi il caso di “Twin Peaks 3”). La stessa divisione marketing non ha paura di puntare sulla release di giocattoli a tema sequel (da “Star Wars”, al già citato “Frozen”, o “Alla ricerca di Dory”) innescando tra il pubblico il sacro fuoco della trepidante attesa. 

Un gioco psicologico quello in cui ci ritroviamo incatenati oggi che ancora non riesce a coinvolgere certi sequel di grandi classici. Chissà se il tempo sarà clemente e il vento della nostalgia farà finalmente uscire da sotto il divano quei ricordi di seguiti dimenticati e tutt’ora, inconsciamente, rimossi.

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