Influencer milionarie, ma quanto sono odiate…

di Fabiana Bianchi –

«Io per 80mila euro manco mi alzo al mattino e mi pettino i capelli». Alzi la mano chi, negli ultimi giorni, non ha sentito recitare questa frase. La cit. è di Chiara Biasi, influencer italiana, che l’ha pronunciata (inconsapevolmente) davanti a qualche milione di persone: è stata infatti protagonista di uno scherzo della trasmissione “Le Iene”.

Andiamo con ordine. La redazione del programma di Italia Uno ha organizzato per l’influencer una sessione fotografica per pubblicizzare delle borse. Lo scherzo è entrato nel vivo quando collaboratori e amici di Chiara Biasi, insieme ad attori ingaggiati appositamente, le hanno fatto credere che le fotografie scattate fossero state modificate in modo assurdo a sua insaputa e fossero già state pubblicate. La tavola da surf su cui era stata ritratta era stata trasformata in postproduzione in un assorbente: l’immagine di lei che surfava su un assorbente, le hanno detto, era stata pubblicata su Vogue Cina. Un’altra fotografia modificata ad hoc la ritraeva seduta su un gabinetto: quella, le hanno annunciato, sarebbe diventata una gigantografia appesa nelle maggiori piazze italiane, a partire da quella del Duomo di Milano. È durante una riunione con i suoi collaboratori e il finto imprenditore cinese che la Biasi, infuriata per il danno che credeva arrecato alla sua immagine, si è lasciata sfuggire la frase incriminata.

In seguito alle polemiche sollevate, la stessa influencer ha voluto chiarire che la sua intenzione non era quella di «sputare sui soldi», ma di ribadire che non aveva intenzione di rovinare la sua immagine per quella cifra. 

Il caso di per sé sarebbe anche di scarso interesse, se non fosse l’ennesima dimostrazione di un fenomeno curioso: perché in Italia le azioni degli influencer destano reazioni così violente? Non sono semplicemente snobbati o ignorati: sono odiati. Qualcosa che va oltre la mera antipatia, che può anche essere lecita. Qual è la spinta che porta l’utente X a scorrersi l’intero profilo Instagram della Biasi o della Ferragni di turno per potere commentare sotto ogni foto con qualche malignità? Nel momento in cui i contenuti prodotti dalle o dagli influencer in questione non incontrano i nostri gusti o bisogni, perché molta gente invece si intestardisce a esprimere un odio difficilmente comprensibile invece che planare serenamente su altri lidi digitali di nostro interesse?

Fra le accuse che vengono mosse più ricorrentemente agli influencer, c’è quella di «non sapere fare niente». L’influencer medio effettivamente non si è contraddistinto per un talento o un successo in un campo particolare, ma ha attratto un seguito. Il fatto stesso di essere stato in grado di attirarsi questo seguito, tuttavia, non è esso stesso un talento? La capacità di dare alle persone qualcosa che evidentemente incontra il loro gusto, non è la dimostrazione di una certa abilità nell’intercettare i desideri del pubblico? Qualcuno potrebbe dire che allora la colpa va attribuita al pubblico, che si accontenta spesso di contenuti vacui. Il che magari è anche vero, ma non sono certo solo gli influencer al mondo a veicolarli. Senza contare che il concetto di intrattenimento è sempre strettamente personale. Ci sono diversi programmi televisivi che sono la ripresa con videocamera del vuoto pneumatico. Eppure, non vengono presi di mira con la stessa rabbia. Si cambia canale e via, il gioco è fatto.

Certo, in un momento storico complicato come questo, è facile comprendere che possa destare rabbia vedere pagato lautamente quello che ai non-follower sembra un servizio quasi inesistente. Insomma, diciamoci la verità: a livello concreto, è difficile vedere immediatamente l’apporto dato alla società da una foto scattata sotto i portici con un bicchiere di Starbuck’s in mano o qualcosa del genere. Tuttavia, viviamo in un mondo che ha decisamente superato il concetto di “valore d’uso” di marxista memoria. Dietro un fenomeno come l’influencer c’è un complesso sistema di marketing, scambi, visibilità che ormai nell’economia odierna è diventato un valore a tutti gli effetti. Può non piacere, certo. Può indurci a scorate riflessioni su «dove siamo arrivati». Eppure. 

Forse la rabbia nei confronti degli influencer è data anche da una volontà di prenderne le distanze, di urlare al mondo «Noi non siamo così». Se spesso gli influencer rappresentano un universo patinato fatto di acquisti costosi e vite da copertina, talvolta chi dà loro battaglia lo fa per ribadire che quelle cose a lui o lei non interessano. O magari che non si fanno ingannare da un mondo creato ad arte probabilmente da uno staff retribuito. Tuttavia, ancora una volta diventa difficile capire perché dare importanza a qualcosa a cui non si vuole dare importanza. Sarebbe un po’ come andare allo stadio per urlare a tutti dagli spalti che a noi il calcio non interessa, o qualcosa del genere.

Per le influencer donne, forse, la situazione diventa anche più complicata. Perché, dimenticando che una Biasi, una Ferragni o qualunque altra Chiara rimangono comunque libere di disporre della loro immagine e dei loro soldi come meglio credono, viene addossata loro anche la responsabilità di «veicolare una certa immagine della donna». Un Mariano Di Vaio, per esempio, giustamente non viene chiamato a rispondere dei suoi atti come se dovesse rappresentare l’intero universo maschile. Per le donne, invece, le loro azioni sembrano dovere passare al vaglio di una speciale giuria. Forse anche per questo sono soprattutto le influencer di sesso femminile a finire nel mirino degli “hater”, che si sentono in diritto di giudicarne i corpi e magari anche, per non farsi mancare niente, la loro moralità. Ma dovremmo ricordarci tutti e tutte che invece nessuna influencer è chiamata a rappresentare un intero genere, né un intero genere sarà mai chiamato a conformarsi all’immagine di un’influencer.

A volte, per assurdo, sembra che a dare così grande importanza al fenomeno degli influencer sia proprio chi di importanza non gliene vuole dare. Gli influencer sono una realtà del mondo di oggi. Una realtà magari qualche volta controversa, forse discutibile. Ma per la definizione stessa, possono influenzare, non imporre. È l’utente medio, dopotutto, ad avere in mano la scelta. La scelta di cliccare sul tasto “segui” oppure di non farlo. E di vivere sereno lo stesso, ignorando cos’abbia mangiato a pranzo il famoso di turno.  

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