Che nostalgia del vecchio Instagram!

di Fabiana Bianchi –

Nostalgia, nostalgia canaglia. Ormai è difficile ricordare i tempi senza i social network, figuriamoci rimpiangerli. Però possiamo spendere due lacrimucce sui social “di una volta”. Allora, chi si ricorda gli esordi di Instagram? Correva l’anno 2010 e i possessori di iPhone venivano benedetti per primi dalla possibilità di scattare foto e applicare filtri antichizzanti direttamente dal cellulare, senza passare per la noiosa trafila della postproduzione sul computer. Nel 2009 era esplosa la fotografia-mania e moltissime persone avevano sacrificato la comodità delle macchine fotografiche compatte sull’altare di costose e ingombranti reflex.

Ma era solo questione di tempo prima che rimanessero fra le mani di pochi appassionati, mentre la massa si orientava verso quella che veniva chiamata “mobile photography” o, per i patiti della mela morsicata, “iPhoneography”. Sicuramente Instagram ha rappresentato una grossa spinta in questo senso. Con i suoi primi sedici filtri e le fotografie rigorosamente squadrate, con quelle cornici che oggi appaiono un pochino kitsch, Instagram strizzava l’occhio agli amanti della fotografia pigri, quelli che «Sì, diaframma, otturatore e Photoshop sono un’altra cosa, ma vuoi mettere la comodità?».

Per un lungo anno e mezzo, il social è rimasto appannaggio degli iPhone-muniti, mentre su Android i fotoamatori si sbizzarrivano con i filtri di VSCOcam (che comunque merita davvero attenzione: a livello di effetti è decisamente ricco, anche se con una componente social forse meno marcata). Ad aprile 2012, quando aveva già 25 milioni di utenti, Instagram è sbarcato anche su Android, per poi arrivare infine dopo un altro anno e mezzo su Windows Phone. Nel corso del tempo si sono aggiunti gli hashtag (e che fatica imparare a usarli, per poi trovarsi a navigare tra un mare di “pic of the day” senza identità alcuna), nuovi filtri, decine di opzioni di modifica, nuovi formati, le ormai onnipresenti storie e addirittura un nuovo logo.

Ma la vera differenza, la vera rivoluzione è avvenuta nell’uso del social network. Se inizialmente Instagram era il lido degli amanti della fotografia ed era l’immagine a essere protagonista, oggi questo ruolo è passato al titolare dell’account. Chi ha assistito agli albori di Instagram ricorderà i tramonti, le tazzine e gli immancabili, ormai iconici “macaron”. I cliché si vendevano un tanto al chilo, a prezzo inversamente proporzionale a quello dei costosissimi macaron, ma c’era il tentativo di creare qualcosa di artistico. L’immagine voleva essere ben composta, piacevole allo sguardo, e il filtro finiva per dare quel tocco in più. L’applicazione diventava così un’estensione dello sguardo di chi scattava, con più o meno fantasia. La fotografia che veniva postata era davvero un prodotto del suo creatore. Oggi, invece, sembra essere d’obbligo essere davanti all’obiettivo. Un panorama del mare non è degno di essere immortalato se non con la faccia che spunta all’angolo. Tutto diventa “selfie” (quand’è, poi, che abbiamo iniziato a dismettere la parola “autoscatto”?).

Intendiamoci: non c’è la volontà di fare la morale a nessuno, anche perché fino a prova contraria immortalarsi non è reato, nemmeno quando facendolo si rovina un panorama pazzesco. Come accade spesso, però, si può prendere spunto da una piccola curiosità per una riflessione più ampia.

«Se non appare sui social non è mai successo» ha detto qualcuno qualche tempo fa. In questo senso, forse, la banale foto ricordo (a cui comunque lasciava grande spazio già Facebook) non risulta più sufficiente. Oggi occorre essere protagonisti, pena l’impressione di “non esserci stati”. «Io c’ero»: una foto è la prova più tangibile.

Ma da dove arriva la tendenza? Un’ipotesi è quella che a lanciarla siano state le celebrità e gli influencer, per cui ovviamente l’immagine ha più importanza che per il comune mortale medio. È il loro strumento di lavoro. Accade spesso, del resto, che siano loro a lanciare una moda e che il resto dell’utenza (i “follower” in tutti i sensi, in questo caso) si accodi. 

E così, foto dopo foto, si costruisce un album dei ricordi condiviso, che ci vede sempre protagonisti. Che male c’è, dopotutto? Almeno finché le home page non sostituiscono le case di mattoni, quelle vere, dove trovare riparo ed essere se stessi. «You let the phone line bring it home to you the life, the lies, the dreams. You cannot see the real thing underneath: naked truth revealed» cantavano quasi vent’anni fa i Sonata Artica. Profetici. Sarebbe interessante sapere se qualcuno ha già previsto quale sarà la prossima tendenza.

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