Obiettivi sotto l’albero: non sappiamo più chi siamo né cosa vogliamo

di Sabrina Falanga –

Se ti chiedessi quali sono gli obiettivi per il tuo 2020, cosa mi risponderesti?

Ho fatto questa domanda a cinque persone: Chiara, Virginia, Stefano, Alberto e Roberta. In due mi hanno risposto: aumentare il fatturato ed essendo libere professioniste è più che comprensibile. 

Una degli intervistati mi ha detto che spera in un passaggio di livello di carriera, nell’azienda per la quale lavora. I due restanti mi hanno raccontato di riuscire ad avere un contratto a tempo indeterminato e di portare a termine un progetto che potrebbe fargli avere un aumento dello stipendio.

Nel porre loro la domanda, al riguardo degli obiettivi, non ho specificato di parlarmi di lavoro. Eppure nessuno dei cinque mi ha risposto parlandomi di qualcosa che non fosse inerente alla sua professione o a quella che vorrebbe lo fosse.

Un giorno mi è stato chiesto di raccontare chi sono per sessanta secondi, per presentarmi davanti a un’aula di formazione: non ci sarebbe stato nessun problema a farlo, se non mi avessero specificato di non parlare del mio lavoro. Mi sono chiesta: e cosa dico?

Un episodio che mi è tornato alla mente proprio attraverso le risposte dei miei cinque intervistati, ai quali ho poi specificato: e se ti chiedessi un obiettivo che non riguarda la tua vita professionale/economica?

Qualche istante di silenzio, prima di metabolizzare la domanda. E a differenza della prima risposta, non sono arrivati obiettivi così specifici. ‘Essere più serena’ hanno risposto mediamente le donne; ‘Un po’ più di tempo libero’ entrambi gli uomini, che però non hanno saputo specificarmi per fare cosa. ‘In generale’, hanno detto.

Siamo talmente poco abituati a pensarci al di fuori della nostra vita lavorativa (di cui comunque non neghiamo l’importanza, è bene sottolinearlo), che quando qualcuno ci chiede di soffermarci su ciò che siamo – e non su ciò che facciamo – e su ciò che desideriamo per la nostra persona – e non per il nostro ruolo -, non siamo pronti a rispondere.

Ho insistito un po’, cercando di capire cosa intendessero con la parola ‘serenità’: Chiara mi ha raccontato che suo padre da diversi mesi ha gravi problemi di salute e questo non la fa più dormire tranquilla; Virginia e Roberta vorrebbero trovare un compagno con cui condividere la vita; Stefano e Alberto vorrebbero più tempo libero uno per tornare in palestra e l’altro per seguire i suoi hobby insieme a suo figlio.

La vera domanda che, a questo punto, bisogna porsi è: quand’è che abbiamo smesso di ricordarci che esistiamo anche noi, con i nostri bisogni e i nostri desideri, non solo come lavoratori ma anche come individui fatti di corpo e spiritualità?

Non siamo né nati né cresciuti con un lavoro, eppure come individui esistevamo eccome, e a lungo non abbiamo saputo cosa avremmo fatto ‘da grandi’ e di grande avevamo solo i sogni.

Ma soprattutto: perché abbiamo spesso?

Ho chiesto loro anche questo, ‘perché?’, ormai presa dalla curiosità di capire il motivo per cui è diventato così difficile ricordare a noi stessi che, semplicemente, esistiamo: mi è stato detto, da una di loro, che finché non raggiunge una stabilità economica non riesce a pensare ad altro, pensiero ormai per lei divenuto più simile a un’ossessione (circolo vizioso che sembra appartenere a molti, non solo a lei): la Legge dell’Attrazione, se ci ascoltasse, sorriderebbe compiaciuta e dispiaciuta nell’accorgersi che siamo esattamente ciò che ci insegna a non essere, ovvero una perfetta calamita per i nostri stessi mali. Mali che creiamo attraverso il pensiero costantemente proiettato verso i problemi che ci levano la fame; Stefano mi ha detto che si sentirebbe in colpa a pensare alla palestra togliendo attenzione, invece, al progetto che vuole portare a termine, così come Alberto ha spiegato che dedicarsi ai suoi hobby gli sembra una perdita di tempo. Aristotele diceva che ‘lo scopo del lavoro è quello di guadagnarsi il tempo libero’, eppure sembra che siamo continuamente alla rincorsa, invece, di tempi costantemente impegnati (e possibilmente dal lavoro) pur di dar loro un senso. E per poter dire, poi, di non averne.

Mi viene in mente Charlie Chaplin e i suoi Tempi Moderni. Dell’uomo alla catena di montaggio, intendo a fare tutto il giorno gli stessi movimenti fisici, che continua a ripetere anche una volta fuori dalla fabbrica e una volta giunto a casa. L’enfatizzazione di qualcosa che, all’interno della nostra mente, è successo davvero: un film del 1936 che già sapeva cogliere la predisposizione umana a identificarsi solo in ciò che si fa e non in ciò che si è, al punto da non riuscire a staccarsene mai. Fisicamente o mentalmente, cosa cambia? Siamo un unico involucro, fatto di entrambe le sfumature.

‘Di quante preoccupazioni ci si libera quando si decide non di essere qualcosa, ma di essere qualcuno’ diceva Coco Chanel: e allora è questo che bisognerebbe chiedersi, non cosa siamo ma chi siamo. La differenza, come dicevamo, tra ciò che facciamo e il nostro essere.

E quale augurio faresti alla persona che più ami al mondo?

Ho fatto questa domanda agli intervistati, per concludere.

‘Di essere felice’.

Forse è questo che dovremmo porci come obiettivo: trattarci sempre come trattiamo la persona che più amiamo al mondo.

Ricordandoci che qualcuno ci ha insegnato ad amare l’altro come se stessi, mica più di se stessi.

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